Il Rajastan

India
Siro 1/6/2007

L’aspettativa comune , alimentata dall’immaginario collettivo, di chi si accinge a partire per l’India, e in specie per il Rajastan, è quella di potersi immergere nel mondo fantastico che fu dei maharajah, con  i loro fantastici palazzi, i maestosi templi induisti, gli elefanti pitturati, i fachiri, gli incantatori di serpenti, i santoni, le vacche sacre e tanti, tanti colori. Tutto in India  è colorato, dai sari  delle donne, ai turbanti  dei sikh e dappertutto ghirlande di fiori rossi, gialli,  ed arancione, case variopinte e  inoltre profumi, essenze esotiche e odori di mille spezie.
Ed anche noi, uno sparuto gruppetto di viaggiatori, avevamo nutrito in qualche modo la stessa convinzione, che fu propria della letteratura coloniale europea, di una stretta identità obbligata tra India ed il mondo antico dei lussi dei  Maharajah, ostentati fino all'eccesso.
 L’impatto con la reale dimensione indiana è stato invece completamente diverso: l’India è un Paese dalle mille contraddizioni, dai mille contrasti e dai mille volti. Basti pensare che ci sono 28 Stati, sedici lingue ufficiali , seicento dialetti e migliaia di dei. Milioni di persone vivono insieme in città affollatissime, e soprattutto ci sono tanti contrasti profondi e contraddizioni spesso per noi incomprensibili, tra la dimensione  moderna dello sfarzo degli alberghi , dei centri commerciali, dei palazzi, delle auto di lusso e quella dei risciò a pedali, della povertà più squallida e  dei miserabili che vivono e muoiono  nelle strade.
Le miserie e le ricchezze del genere umano, trovano in questo  spaccato di vita la rappresentazione di tutta la storia del mondo. Qui non esistono mezze misure, le divisioni sono manichee, se sei un “paria”, sei emarginato fuori dal sistema, condannato a raccogliere escrementi nelle strade  per tutta la vita perché non esiste osmosi da una classe all’altra, si è tali per nascita; oppure  appartieni ad una casta superiore e allora puoi riuscire  in qualche modo ad inserirti nel sistema sociale e nel circuito produttivo che oggi si sta facendo così rapidamente strada,  visto l'alto tasso di sviluppo economico annuo, dal commercio al settore industriale, a quello turistico, all'informatica- la cosiddetta “silicon valley” indiana- al settore cinematografico, una vera e propria industria - la “Bolliwood” , Holliwood indiana-i cui prodotti vengono esportati in tutto il mondo.
Il sistema delle caste fu introdotto nel periodo dell’invasione ariana, tra il 1500 e 200 a. C. separando, appunto, gli ariani dagli indiani, loro sottomessi, e lasciando il prestigio e i privilegi solo ai sacerdoti brahmani. Il buddismo invece, pur se nato in India con il principe Siddharta, poi divenuto il Budda, ha trovato proseliti in Tibet, in Nepal e in altri Paesi asiatici, addirittura anche in Italia, ma non in India ed anche questa, se vogliamo  è un'altra contraddizione, eppure il buddismo prese le mosse nel 500 a. C. sfidando il potere dei brahmani induisti contro il sistema delle caste.
Poi, con l’avvicendarsi di vari imperi, tra cui quello Gupta che rappresentò  una vera e propria età dell’oro per l’arte, la letteratura  e l’architettura, il buddismo perse l’iniziale aderenza con il popolo indiano lasciando sempre più spazio all’Induismo.
Nell'Induismo non si hanno profeti come nelle altre religioni, anzi a dire il vero non è neppure una religione, è un modo di concepire la vita, un modo d’essere, una filosofia che si fonda sul “karma”  cioè sullo scorrere delle azioni umane durante la vita terrena che potranno consentire, reincarnandosi più volte, la ricongiunzione con l’Essere Supremo. Le regole comportamentali che presiedono ai rapporti religiosi e sociali risalgono a tradizione millenaria e costituiscono invece  “il dharma”.
E' un processo evolutivo non solo  individuale, ma anche collettivo in quanto si esplica non solo a livello personale, ma anche a quello di gruppo  sì che lo stadio raggiunto da un individuo si insedia nel contesto di tutto il gruppo consentendo così di perseguire anche finalità collettive.
Tutto ciò può forse  aiutarci a comprendere quelle contraddizioni che ci avevano così tanto stupito al momento dell'impatto iniziale con la dimensione reale e sociale dell’India e anche se questo mondo resta ancora lontano dai nostri parametri occidentali, si pone ad ogni modo un certo rispetto nei confronti di chi, religiosamente, arriva a considerare sacre anche le vacche  che  circolano indisturbate per le strade delle città. Si arriva anche a capire la regola vegetariana del divieto di consumare carne o  perché i monaci si bendino la bocca per non ingerire insetti e  spazzino con un pennello il terreno su cui sedersi per non uccidere le formiche. Magari non riusciremo mai a capire gli eccessi di fanatismo religioso come il suicidio  per  abbreviare l’attesa della ricongiunzione con l'Essere Supremo, praticato in passato, o come il terribile “Sati”, il suicidio collettivo delle mogli e dei figli di guerrieri ormai votati alla morte per difendere le loro città dai nemici, e ancora  incomprensibili sono i suicidi delle donne rimaste vedove,  di cui si trovano, a loro memoria, sui muri delle  fortezze le impronte delle mani dipinte di rosso.
A parte queste tinte forti di irrazionale fanatismo che fanno parte del passato e di certa letteratura romanziera,  la religiosità indiana ci presenta pur sempre un proprio fascino, direi magico, tanto che, non a caso, negli anni settanta  l'India  ha attirato tanti giovani. Si pensi agli hippies in cerca di risposte che in Europa non riuscivano a trovare, come del resto  ancora oggi non mancano casi di chi lascia l’occidente per  seguire gli insegnamenti di qualche  guru.
L’India in fondo è induismo, come l’induismo stesso non potrebbe esistere senza l’India.

Il Rajastan è forse la parte più bella ed interessante dell'India. E' uno stato del nord est confinante  con il Pakistan e con la catena montuosa degli Havalis. Il territorio è arido tant’è che le maggiori attrattive naturali sono  date dal deserto del Thar, dove ancora oggi si possono incontrare carovane di cammelli che seguono da millenni antichi sentieri, mentre le attrattive create dall’uomo discendono dalle opere degli imperatori, dei Raja,  disseminate lungo il cerchio magico di inviluppo che va da Delhi a Bikaner, Jaisalmer, Jodhpur, Jaipur, Fatehpur Sik, Agra, per richiudersi  a Delhi. Il nostro itinerario, appunto,  si è dispiegato in questo senso, antiorario, il che è stato anche meglio in quanto, dulcis in fundo, si è lasciata la perla, Agra con il suo Taj Mahal. Ma ripercorriamo insieme il nostro cammino. Siamo in ottobre, periodo che ci consente di schivare i fastidiosi monsoni, il clima è mite e tutto lascia propendere per una buona avventura.
Atterrati all’aeroporto di Delhi ci attende all’esterno uno scenario caotico, come del resto si poteva facilmente preconizzare, solo occorre considerare che rispetto agli altri paesi orientali in India il caos non è anomalo, ma naturale, perché rapportato alla popolazione esistente fatta di  milioni di e milioni di persone e allora non poteva che essere così.
Delhi è una delle città indiane con il più elevato tasso di incremento demografico, venti milioni di abitanti, ed anche ad alto livello di inquinamento, il sole è coperto spesso da una grigia coltre di smog e i inoltre attualmente a Delhi  fervono freneticamente i lavori per accogliere i giochi del Commonwealth 2010, tra cui la costruzione di un'importante linea metropolitana di collegamento con l’aeroporto, che sarà anche opportunamente ampliato.
Il traffico è costituito da fiumane di mezzi di ogni tipo, autobus, carretti trainati da  cammelli e asini, biciclette, ciclo-risciò ed i famosi tuc-tuc, moto risciò a tre ruote variopinte in ogni loro spazio libero. Praticamente tutto ciò che può muoversi si riversa sulle strade come delle colate di lava informi che si separano in tutte le direzioni per poi  incrociarsi tra di loro senza mai scontrarsi  e questo è già un primo miracolo in quanto non esistono regole, neppure la mano da tenere è rispettata,  tutti suonano il clacson senza soluzione di continuità. L’inquinamento, malgrado che a Delhi gli autobus siano ora a gas, è elevatissimo e ancora di più lo è quello acustico peraltro ininterrotto giorno e notte. Del resto in India la vita si svolge tutta nelle strade, qui si vende ogni genere di merce, qui si mangia, si fa di tutto, non esistono reti fognarie, qui si dorme, si accatta l’elemosina, gira insomma tutta la ruota del karma di Budda, e sulle strade anche  si muore. Del resto anche questo è India.
Traversando la città si notano ampi spazi di verde, dove la domenica gli indiani vanno a fare picnic. e grandi viali come il Raj Path che porta all’India Gate, l’arco di trionfo tributato dalla regina d’Inghilterra ai caduti indiani della seconda guerra mondiale. Qui troviamo delle donne che fanno tatuaggi con l'hennè ai turisti.
Una curiosità è certamente la cura, quasi maniacale degli indiani per i propri capelli, nerissimi e lisci. I bambini  ti chiedono gli shampoo degli alberghi e molti, per innocente vanità,  fanno uso del-l'hennè per coprire qualche capello bianco col risultato talvolta di strane colorazioni rosso rame. Curioso è anche il vezzo degli uomini di camminare mano nella mano, ma ci rassicurano che è solo un'innocente abitudine.
Veramente interessante è infine quel complesso architettonico di palazzi, torri e moschee che è costituito dal famoso Qutb Minar, tutto in pietra arenaria rossa, risalente all'epoca della dominazione islamica. Qui troviamo i resti di una grande  moschea, un minareto alto 74 metri, purtroppo non visitabile perché nel 1981 in seguito ad un crollo delle scale perirono 40 persone.
Negli immensi giardini si possono vedere numerosi scoiattoli che si rincorrono sull’erba, pappagalli Ara, e scimmie che ci guardano curiose dall’alto delle mura diroccate dei palazzi. In  India troveremo spesso nei giardini  anche dei pavoni in libertà.

Ma Delhi è anche e soprattutto la capitale dell’India, cioè il luogo geometrico attorno al quale ruota tutto il potere, quello politico e quello economico. Qui sono rappresentati tutti i volti dell'India: vi si concentra difatti la gran mole degli affari nazionali ed internazionali,  i maggiori centri commerciali, le più importanti sedi politiche e  le aree residenziali, la faccia, in altri termini, della modernità, la “new Delhi” in contrapposto, con l’altra faccia, la “hold Delhi” dove regna invece  la povertà e lo squallore della miseria e  qui le parole debbono lasciare lo spazio al silenzio della riflessione umana. Tutto si può dire dell'India, ma certo non che ti lasci indifferente. Una traccia, più o meno evidente, anche piccola, un'immagine, un'impressione forte la lascia sempre. I sensi vengono veramente scossi anche in chi ha girato molto per il mondo ed ha visto tutto.

Inoltrandosi sulla strada per Bikaner incontriamo una graziosa cittadella, dove gli antichi  mercanti della via della seta svolgevano in passato i loro affari e i loro scambi commerciali. E' Mandawa, con le sue famose Haveli, tema architettonico ricorrente  che ritroveremo spesso nelle  successive tappe del viaggio. Sono edifici molto belli, a più piani, utilizzati in passato per l'esercizio, appunto, delle trattative di affari dei ricchi mercanti e per il ristoro dai lunghi viaggi delle carovane sulla via della seta, un po’ come i caravan serragli, ma molto più eleganti. Pare che  con il dirottamento dei traffici commerciali verso il mare queste importanti strutture furono successivamente abbandonate, anche se alcune di esse sono tuttora abitate da ricchi proprietari e per questo, a differenza di quelle abbandonate, sono conservate perfettamente.
Le decorazioni, l’ornato di queste Haveli, ben curate e mantenute, è veramente fine e denota un gusto ed una cultura sensibile all'estetica, al bello, però misurato, senza sconfinare negli eccessi di maniera. Mancano i toni stucchevoli e monotoni dell’arabescato che si rinviene in altre città dell’oriente e non mancano naturalmente sulle porte alcune scene tratte dal Kamasutra.

Giunti a Bikaner, la porta del deserto del Thar, troviamo il Forte di Junagahr, che risale al  1500, veramente bello: cortili da mille e una notte, portali arabescati, intarsi finissimi e finestre dalle quali le donne potevano osservare, non viste, lo svolgersi della vita nelle strade sottostanti.
L’itinerario per Jaisalmer non prevede la visita del tempio di Karni Mata a Deshnok, il famigerato “tempio dei topi” nei cui corpi si sarebbero reincarnati, grazie all’intervento della dea Karni Mata,  alcuni cantastorie sfuggiti al dio della morte, Yama. Dicono che nugoli di topi si aggirino dappertutto, tra i piedi dei visitatori col rischio di beccarsi la leptospirosi e quindi non c’è alcun rammarico in noi  di aver saltato questo tempio che, peraltro pare sia anche brutto, roba da turisti, non da viaggiatori!

Attraversando il deserto del Thar arriviamo ai confini con il Pakistan, a Jailsamer, la “città d’oro”, detta così perché il contrasto con lo sfondo del deserto la fa apparire come un enorme castello di sabbia o forse perché le haveli sono in arenaria gialla.
Il forte racchiude, secondo ormai il modello classico delle città del Rajastan, il palazzo del raja, e sotto la collina si estende la città con case tutte basse. Il forte di Jaisalmer si staglia maestosamente dall'alto delle sue mura sullo sfondo del deserto. Dal portale di accesso i camminamenti si snodano su vicoli angusti fiancheggiati da palazzi, da bellissimi templi giainisti e dalle immancabili Haveli.
Molto carino è il piccolo lago di Gadi Sagar dove le donne usano bagnarsi  per trovare, secondo la tradizione, marito. Al lago si accede attraverso un fornice a tre archi e sempre per tradizione si deve passare per l’arco piccolo a sinistra - dall’altro, quello grande, per una complicata storia di maharajah e di cortigiane, pare  porti sfortuna-. La iattura invece è stata  portata dalla siccità, tant’è che si è dovuto alimentare il lago tramite  un canale causando peraltro una curiosa invasione di pesci gatto che a branchi smuovono l’acqua di superficie accavallandosi tra loro in vorticosi balletti.
Una donna, con le mani consunte dalla lebbra, accatta l'elemosina e dai suoi occhi traspare una rassegnazione per una vita non vissuta, in attesa di un'altra migliore.
 Le donne poi non pare godano di molti diritti, almeno nelle campagne, lavorano i campi, fanno lavori di fatica, portano pesanti anfore di acqua sulla testa, ma anche mattoni e pietre. Pare che avere una figlia sia considerata una iattura perché la dote che dovrà essere apportata al marito in matrimonio  costituisce causa non ultima di impoverimento della famiglia originaria.
Eppure le donne indiane hanno un fascino unico: eleganti nel portamento, sempre dignitoso, anche nella miseria, vestite con sari bellissimi e puliti, con i capelli sempre in ordine e non manca mai, per vezzo,  un  monile al polso o al naso, che ne esalta la femminilità.
Con l’approssimarsi del tramonto ci avviamo con i pullman, dotati di simpatici mini ventilatori,  nel cuore del deserto, alla volta delle Dune di Sam, poi a dorso di cammello giungiamo alle dune di sabbia  disegnate dal vento come le onde di uno stagno e dall'alto di queste assistiamo ad un tramonto mozzafiato, dai colori indescrivibili.
Torniamo ai pullman sempre a dorso di cammello dove troviamo un accampamento di tende attrezzate per il pernottamento, arredate molto bene, in puro stile coloniale. Peccato che non pos-siamo pernottarvi, ma in compenso ceniamo all’aperto assistendo ad uno spettacolo di musica e danze folkloristiche che in mezzo al deserto e di notte, assume toni molto suggestivi.

Ci avviamo ora alla volta di Jodhpur -“pur” sta per città, ormai si è capito-, “la città blu”, a causa del particolare colore delle case di un azzurro intenso, quasi fluorescente, dovuto all’indaco che pare allontani gli insetti, o secondo i bramini, il colore purificatore di Shiva.
 Il Forte di Meherangarh è forse il più bello del Rajastan sia per la sua imponenza e sia soprattutto per le sue decorazioni e gli intarsi, che paiono merletti e non finiscono mai di stupirci.
Irrinunciabile è poi un tuffo nel bazar, il Sardar Market, dove si vende di tutto: spezie, stoffe, frutta, fiori. Un labirinto di stradine con negozietti dai mille colori ci conduce all'aperto di una grande  piazza con la famosa Torre dell’orologio, punto di riferimento di tutta la città.
 Il caos è tanto, pare di essere in un caleidoscopio di colori e profumi di spezie mentre il continuo  brusio della gente fa da sottofondo a questo magico scenario. I mercanti offrono  tè alla cannella, cardamomo e zafferano dal sapore molto gradevole.

Dalla stazione ferroviaria di Jodhpur saliamo su un treno intercity - si fa per dire- che ci condurrà a Jaipur. La stazione è affollata, molti dormono per terra, alcune donne chiedono da mangiare o qual-che rupia per sfamare i loro bambini piccoli tenuti in collo: sono magrissimi, malnutriti e chiaramente vivono negli stenti. Diamo loro i cestini da viaggio che l’albergo ci ha preparato, ma intervengono alcuni poliziotti per scacciare gli accattoni. La qual cosa ci indigna.
Il viaggio è interminabile, le carrozze lasciano a desiderare, comunque la vista dell’alba sulla pianura ci ripaga del disagio. Ad un passaggio a livello ci salutano  guidatori di tuc-tuc e camionisti in attesa di passare,  ci sorridono tranquilli e attendono con infinita pazienza di ripartire – sarà il dharma-.

Arrivati a Jaipur, “la città rosa” per via delle case in arenaria, appunto, rosa, ci avviamo attraverso le imponenti porte della città, per vedere l'Hawa Mahal, il famoso “ Palazzo dei venti”, che da solo merita la tappa a Jaipur. E’ stato costruito nel 700 e si erge nel cielo per cinque piani di arenaria rossa dispiegandosi molto in larghezza, ma con la profondità di una sola stanza. Praticamente è tutta facciata. Le finestre sono finemente intarsiate e servivano anche qui alle donne di famiglia reale per  spiare attraverso le grate scolpite nella pietra a nido d’ape, lo scorrere della vita all’esterno.
La visita al Forte di Amber è d’obbligo, se non altro per l’ascensione all’Amber Palace a dorso di elefante tanto per fare un po’ i soliti turisti. Il palazzo è molto interessante e  da qui si può scorgere un bellissimo paesaggio. Sullo sfondo si stagliano mura che ricordano vagamente la muraglia cinese. E' il classico palazzo indiano, con le porte in legno di sandalo intarsiate finemente, cortili da sogno, marmi e decorazioni delicate. Addirittura lungo le pareti pare si faccia scorrere l’acqua per smorzare i toni elevati della temperatura estiva.
Un altro importante Palazzo è il City Palace, un sistema di edifici dove ancora oggi si svolge la vita quotidiana di corte dei maharaja, Una curiosità che attrae la nostra attenzione è data da due enormi giare di argento costruite da Mad Madho Singh per il suo viaggio in Inghilterra, una per l’acqua da bere, l’altra per quella del Gange da cui pare non poteva allontanarsi secondo una infausta profezia..
Spicca poi per bellezza il cortile del Chandra Mahal, la famosa Sala del Pavone e le altre sale con i costumi dei maharajah. Dalla porta di Ganesh ci si introduce poi in un grande giardino con il palazzo di vetro.
Di notevole interesse è infine il Jantar Mantar, l’osservatorio astronomico realizzato nel 1728 dal maharajah Jai Sing. Strumentazioni in muratura, scivoli e scaloni triangolari imponenti si levano all’interno di un grande cortile e riescono a misurare con estrema precisione, al secondo,  l’ora, l’anno e il mese, la posizione degli astri, i segni zodiacali ed anche le eclissi.

Curiosamente da qualche giorno avevamo notato per le strade del Rajastan un moltiplicarsi di ghirlande di fiori, soprattutto gialli, rossi, blu e arancio sui banchetti dei venditori ambulanti  e tante luminarie colorate, come se l'India tutta stesse approntando grandi  festeggiamenti e difatti, nel mese di ottobre si svolge la grande festa della luce, il “Diwali”, il  Natale indiano o meglio il capodanno indiano. E' la festa della vita, durante la  quale  tutti si sentono più buoni e disponibili nei confronti degli altri, si rafforzano gli affetti familiari e le amicizie, come avviene da noi per il Natale. Il Diwali simboleggia la vittoria della luce sulle tenebre, del bene sul male e vuole ricordare il ritorno dopo quattordici anni del re Rama dall'esilio, festeggiato dai suoi sudditi con lunghe file di lumi ad indicare il percorso, appunto, del ritorno al bene.

Lungo la strada per arrivare ad Agra si trova una cittadella, Fatehpur Sikri, la “città fantasma”. E’ chiamata così perché il tempo qui sembra essersi veramente fermato, sì che appare, appunto, come una bellissima cartolina turistica con i  caseggiati scolpiti nella arenaria rossa.
Fu costruita nel secolo XVI dall’imperatore Akbar, il più importante della dinastia Mogul, che vi stabilì la sede della capitale, spostandola da Agra, e difatti si notano edifici pubblici, un complesso di palazzi per il Raja, per le sue mogli ed anche l'harem. Ma  dopo pochi anni la città fu abbandonata in quanto la sua posizione su un’altura distante dai fiumi ne rendeva impossibile l'approvvigiona-mento di acqua.

Ci accingiamo infine a scoprire l’ultima tappa del viaggio, il tanto agognato Taj Mahal di Agra- che tra l’altro non si trova nel Rajastan-. E' il più famoso monumento dell’India, uno dei più belli che si possono oggi ammirare ed è considerato una delle meraviglie del mondo, secondo la recente classificazione, e difatti lo è.
E’ un mausoleo in marmo bianco fatto realizzare dall’imperatore Shan Jahan in memoria della sua amata consorte , Mumtaz Mahal, morta a 38 anni in seguito a parto. L’incarico di progettazione fu affidato ad un architetto iraniano e ad un italiano ottenendo un effetto di inimmaginabile suggestione .  I lavori durarono ventidue anni e furono impiegati 20000 uomini e, addirittura il mausoleo fu impreziosito da pietre preziose, perle, giade e rubini.
 Lo scorcio a prospettiva lunga che dalla gradinata si riversa sui sottostanti  viali di aiuole fino all’impatto visivo nell'ultimo piano con questo tempio all’amore è unico al mondo, tant’è che lo stesso imperatore ne voleva costruire un altro, in marmo nero, lungo la riva di un fiume adiacente, ma uno dei suoi figli dopo aver ucciso tutti i suoi fratelli, si impossessò del potere ed imprigionò il padre in una fortezza, la Mussaman Buy dalla cui torre, in marmo, il vecchio Raja, ormai malato, poteva  guardare da lontano il suo Taj Mahal con una tristezza che lo portò presto alla morte.
La prospettiva del complesso, la sua armonia architettonica, le proporzioni, le torri, gli intarsi e il colore dei marmi che muta con il volgere del giorno, specie al tramonto, in rosa, fanno veramente del Taj Mahal una delle meraviglie del mondo.

Con questa immagine si chiude il nostro viaggio in Rajastan non senza spendere un cenno alla nostra brava e paziente “guida indiana”- mi si passi il gioco di parole- Ratnesh Verma, persona di squisita onestà intellettuale che ha saputo introdurci in questo complicato mondo dell’India, senza reticenze, senza nascondere niente, senza sminuire i gravi problemi che attanagliano ancora oggi questo Paese e che è riuscito a dare un quadro obbiettivo, equilibrato - forse dettato da quello spirito fatalista che permea la cultura hinduista, indifferente alle negatività della vita e forse è anche vero che il male non esiste, perchè è solo un'illusione-  al di sopra della propaganda turistica di chi alla fine vuole solo venderci tappeti o stoffe, ma questa non è India.
Così come all’arrivo a Delhi i ragazzi ci salutarono  cingendoci il collo con collane di fiori arancione dandoci il benvenuto e dicendoci a mani giunte “saluto il Dio che è in te”, non resta anche a noi che dire, non senza un un pizzico di nostalgia,  “Namastè India”.                

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