Alla scoperta dei Dogon

Mali
Loredana 10/11/2005

La dottoressa si muove rapida e silenziosa fra gli armadietti dei vaccini e la scrivania ingombra di registri. Ho appena richiesto la vaccinazione contro la febbre gialla.
«Dove deve andare, signora?» «Nel Mali, dottoressa.» E lei: «Ma lo sa che è mooolto pericoloso?» «Che cosa, dottoressa? Il Mali o la vaccinazione?» «Tutti e due, signora! La vaccinazione può provocare disturbi anche gravi… in casi estremi, pochissimi per dire il vero, anche alla morte… e poi nel Mali ci sono moltissime malattie endemiche. La malaria, per esempio… A proposito, è vaccinata contro la malaria?» «No, e non intendo vaccinarmi.» «Ma lo sa quante vittime miete la malaria?» Le mie mani sotto la scrivania cercano ferro, fanno le corna. «Anche la meningite è molto diffusa, ci sono focolai virulenti in molte zone…» Mi vedo già in stato comatoso, ma prima di «morire» in Mali, dichiaro con decisione: «Dottoressa, faccio solo la vaccinazione obbligatoria, senza la quale non potrei entrare in Mali!» «Se le va bene così…» E mi infila l'ago nel braccio, guardandomi per la prima volta negli occhi, con la mesta simpatia con cui, immagino, si guarda un condannato a morte.
Fuori piove e fa freddo, ma dentro di me splende già il sole maliano, quel sole che ora, qui a Bamako, illumina lo spicchio di città che vedo dalla finestra dell'albergo. Edifici bianchi circondati da recinzioni dentate o smerlate, ciuffi di palme e alberi di mango, aiole verdi e, all'orizzonte, una collina rugosa sotto un cielo di un tenue azzurro polveroso: ecco come si presenta la capitale del Mali ai miei occhi che cercano i colori dell'Africa. Ma è nel calderone pulsante di vita del mercato che scoprirò la straordinaria varietà di luci e di colori, di voci e di rumori, di etnie diverse, fra le quali si riconoscono immediatamente i Tuareg avvolti nei loro leggendari mantelli blu…
La mattinata trascorre veloce fra mille botteghe artigianali e ininterrotte file di bancarelle su ambo i lati delle strade trafficate, sulle quali ristagna un velo polveroso di gas di scarico e l'aroma speziato delle fritture che le donne preparano sedute lungo i marciapiedi, invasi da ogni sorta di mercanzie. E c'è caldo, un caldo che fa ripiegare buona parte del gruppo verso la fresca hall dell'hotel «Salam» prima dell'ora concordata per il rientro.
I preparativi per la partenza da Bamako sono veloci. I sette fuoristrada del nostro gruppo si infilano nel traffico caotico della città e vengono risucchiati dalla fiumana di automezzi e motorette che transitano sul grande ponte che scavalca il fiume Niger. La sosta per il pranzo ci fa uscire dal caos polveroso della città, e poi siamo subito di nuovo in macchina, nel caldo sonnolento del primo pomeriggio. La strada si va sgombrando velocemente, lasciandosi alle spalle la frenesia della città e inoltrandosi nella monotonia della savana. Il nastro asfaltato disegna una lunghissima riga nera fra estese piane gialle punteggiate dalle cupole verde scuro degli alberi di karitè e di mango. Ai lati della strada corrono due piste di terra rossa che all'avvicinarsi dei centri abitati si animano di carretti trainati da piccoli somari, o di donne che avanzano scalze, con passi sciolti, tenendo in equilibrio sulla testa enormi zucche piene d'acqua o recipienti ricolmi di frutta o di spighe di miglio. Nei piccoli villaggi di fango essiccato frotte di bambini sbucano dalle viuzze polverose e attorniano vocianti gli automezzi in sosta. Nella piana riarsa giganteschi baobab allargano le chiome arruffate sopra le basse acacie a ombrello di un verde spento.
Il tramonto ci sorprende sulla strada che porta a Ségou, seguito subito dal buio, incapace di trattenere gli ultimi bagliori rossi che si spengono sulla savana. Dal finestrino del fuoristrada che corre veloce vedo sfilare i quadri di una vita che intuisco immobile nel tempo. I piccoli villaggi hanno fuochi accesi all'aperto, sagome nere di bimbi e di donne vi si muovono attorno; grosse mandrie si radunano nei campi magri e arsi da una calura che non cede ancora alla frescura della notte.
All'hotel «Auberge» di Ségou arriviamo in tempo per prendere possesso di una stanzetta spartana ma tutta colorata con accessori in legno laccato giallo e copriletti e tende bellissimi. E poi si va a cena su lunghi tavoli sistemati all'aperto, sotto alberi e pergole di fiori, con qualche timore residuo di punture di zanzara che viene definitivamente fugato, perché — ci viene assicurato — questa non è la stagione pericolosa. Nei cortili e sulle stradine adiacenti all'albergo, ricoperti da uno strato di impalpabile polvere rossa, gli artigiani e i venditori stanno preparandosi ad accogliere i nuovi arrivati. «A domani», sorrido all'affascinante Tuareg con il quale ho contrattato due pugnali, senza acquistarli. E al mattino me lo ritrovo davanti, sorridente, con i manufatti in mano e una richiesta dimezzata rispetto a quella esposta la sera. Inizia così l'incetta di souvenir maliani.
Siamo di nuovo in marcia verso Mopti. La strada taglia ancora la savana, che assume aspetti più «addomesticati» mano a mano che ci si avvicina ai centri abitati. Fra i bassi arbusti spinosi si incuneano campi striminziti di cotone e di miglio, carretti stracarichi trainati da minuscoli somari transitano ai bordi della carreggiata, donne bellissime con i soliti recipienti in testa camminano altere nella polvere rossa e nella pianura gialla e grigia le mandrie si ammassano attorno alle pozze d'acqua semiprosciugate sotto la sorveglianza di pastori intabarrati in colorate palandrane. A San sostiamo nelle vicinanze di una grande moschea, circondata da una muraglia bianca che la isola come una fortezza dal trambusto del piazzale, dove sciami di bambini vivacissimi mi si accalcano addosso, gli uomini siedono imperturbabili all'ombra degli alberi del tannino e le donne camminano regali con i loro carichi sul capo e i piccoli legati sulla schiena. Poco discosto dal luogo di culto si entra nella zona del mercato, caotico e formicolante, con strettissimi passaggi fra un incredibile miscuglio di oggetti e di alimenti, assediati da un nugolo di bambini e di mosche che ronzano pigre nel caldo saturo di odori. Troviamo un po' di refrigerio al ristorante, nell'ombra ventilata da grosse pale appese al soffitto; mentre attendiamo il pranzo, c'è modo di curiosare fra i bellissimi tessuti bogolan, tipici della zona, e le bancarelle di lavori artigianali. E poi via ancora nel caldo torrido, sulla strada deserta. I sette fuoristrada formano una minicolonna, che a un tratto rallenta e accosta al bordo sterrato. Poco discosto dalla strada, in una conca bruciata dal sole, sorge un grumo di curiose casupole in mattoni di fango e paglia. Il villaggio sembra disabitato, se non fosse la presenza di qualche animale domestico e di panni stesi ad asciugare a dimostrare il contrario. È il villaggio di Ganga, con casette e granai perfettamente inseriti in un ambiente primordiale, senza tempo. Riprendiamo la nostra corsa e il paesaggio intorno va un po' mutando. La savana si popola di grosse mandrie, basse colline rocciose rompono l'orizzonte e finalmente imbocchiamo un lungo rettilineo che corre su un terrapieno fra estese risaie e ci porta a Mopti.
Fra stradine di polvere e tristi edifici grigi raggiungiamo l'hotel «Kanaga», un bel complesso defilato di pochi metri rispetto al fiume Bani, affluente del Niger, lungo il quale la città è situata. Neanche il tempo di depositare le valigie e siamo già imbarcati su due pinasses, le caratteristiche barche traghetto, diretti al villaggio bozo di Kakaladoga, che sorge su un'isola nel fiume. Riesco a scattare qualche foto prima che uno sciame di bambini mi accerchi e mi impedisca quasi di camminare. «Cadeau, cadeau», è una richiesta che si propaga a catena, ripresa da chi si aggrega lungo le strettissime viuzze dissestate, su cui si aprono cortiletti popolati di donne che spadellano attorno al fuoco, con i lattanti legati sulla schiena. Sulla spiaggetta fra le barche tirate in secca una donna sta abbrustolendo piccoli pesci sopra un gran fuoco di paglia. La sua pelle nerissima si tinge di riflessi ramati. Mi sembra un idolo antico.
Il fiume si va popolando di piroghe e pinasses. Il cielo si è rannuvolato e noi ritorniamo senza poter ammirare il tramonto sull'acqua, che la nostra guida assicura essere spettacolare. Il susseguirsi incalzante di spostamenti previsto dal nostro programma lascia margini spazio-temporali ridotti all'osso a chi, come me, ha voglia di vagabondare un po' alla ventura. Forse Mopti non ha grandi attrattive, ma l'idea di curiosare nelle stradine polverose della città vecchia è allettante… Mi piacerebbe anche stabilire qualche rapporto umano con i tantissimi bambini e i ragazzi che invadono il lungofiume, ma sistematicamente devo aggregarmi al gruppo in ritardo e mi perdo le spiegazioni della guida che ora, davanti alla grande moschea in mattoni di fango, conclude informando che il monumento , ora in via di ristrutturazione, è sotto la protezione dell'Unesco. E ora via tutti al mercato tra un traffico infernale e una processione di venditori appiedati, ai quali non puoi dare ascolto in mezzo a tutto il trambusto della strada.
Il mercato di Mopti offre tutto ciò che può stuzzicare i desideri di esotismo di un turista. È grandissimo, traboccante di colori e di odori, di bellissimi neri di tutte le etnie e di donne sorridenti nei loro sgargianti abbigliamenti. E questo tumulto lo si ritrova lungo le rive del Bani, al porto fluviale, movimentato e popolato di pinasse stracariche, di cataste di merci lungo le banchine, di officine e di botteghe.
La terrazza al Bar Le Bozo, affacciata sul fiume, ci regala un paio d'ore di relax, prima di rimetterci in marcia nel caldo allucinante alla volta di Djenné, la città santa del Mali. Costruita su un'isola del fiume Bani, Djenné si raggiunge traghettando da una sponda all'altra automezzi e passeggeri su una chiatta arrugginita. Sulla riva c'è qualche macchina in attesa e alcuni bambini si intrufolano fra le persone, offrendo minuscoli modellini di macchine di ogni tipo fatte con la lamiera delle scatole di sardine o con le lattine della Coca-Cola. Sono piccoli capolavori di ingegnosità, vorrei acquistare tutti i manufatti, ne scelgo un paio e intanto arriviamo sull'altra sponda, dove altri venditori si pigiano contro i finestrini delle auto in sosta e alcune donne all'ombra di tende precarie friggono pesce nei loro padelloni per la gente in attesa. Ancora pochi chilometri e i nostri fuoristrada si infilano nei vicoli di terra della città. È affascinante Djenné. Nel labirinto di stradine incassate fra muri di fango e paglia si aprono brevi slarghi su cui si affacciano le scuole coraniche e i piccoli cortili delle case squadrate. Canaletti di scolo maleodoranti scorrono al centro dei vicoli e si allargano nelle piccole piazze, nidiate di cuccioli umani, vestiti solo di polvere, sbucano da ogni angolo e le donne, imperturbabili, cucinano ai bordi delle strade, invase da carretti, animali, motorette scarburate. L'ombra dell'immensa moschea disegna geometrie in chiaroscuro sui muri bianchi delle case basse che si affollano alle sue spalle. La facciata principale, irta di pinnacoli bianchi e di travi nere, domina la grande piazza del mercato. Nella luce smorzata del tardo pomeriggio, davanti ai miei occhi incantati la Grande Mosquée si veste di magia e si trasforma in un grande castello misterioso. E l'albergo «Maafir», dove alloggiamo? Altra fiaba, di dimensioni più ridotte: tutte le stanze si aprono su un grande patio silenzioso, attorno al quale corre un passaggio coperto. La nostra stanza  porta il numero scritto con il gesso sul legno della porta. Due lettini monacali, due zanzariere polverose attorcigliate, un grosso ventilatore e un angolo-bagno delizioso, con un lavello minuscolo sostenuto da un elaborato lavoro in ferro battuto. Ma c'è la doccia, un lusso unico in un paese dove l'acqua la si va a prendere a secchi al fiume o alle fontanelle distribuite nei quartieri.
Il sole inonda di luce il cortile. Nella quiete percorsa solo dal fischio di invisibili uccelli, seguo gli arabeschi disegnati dai gechi sui muri gialli. Mi crogiolo in questi poche momenti di silenzio, prima di immergermi nel coloratissimo caos del mercato del lunedì. Ci sono delle terrazze aperte al pubblico che dominano la piazza; di lassù lo sguardo coglie nella sua interezza la mole maestosa della moschea con le tre alte torri a pinnacolo sormontate da uova di struzzo e l'insieme della piazza, che si va riempiendo di colori, di voci, di richiami. A mezzogiorno persone e mercanzie sono diventate una massa compatta ed è un'impresa attraversare questo tumulto nel caldo soffocante e nella polvere rossa che ricopre strade e piazze.
Nelle vicinanze del mercato c'è il ristorante, altrettanto animato e rumoroso, ma di turisti bianchi e gialli. Che rabbia mi prende di fronte al comportamento spocchioso di qualche maleducato! Mi sento meglio in compagnia del nostro Adamà, sempre silenzioso e riservato, grato per ogni piccola attenzione nei suoi confronti.
Ritraghettiamo il Bani e ci ritroviamo sulla strada deserta verso il misterioso mondo Dogon. Il paesaggio muta lievemente avvicinandosi a Bandiagara. Si devia prima, lasciando la strada asfaltata per una pista di terra rossa, che si fa sempre più sconnessa via via che ci si inoltra nei solchi scavati dagli automezzi che raggiungono Songho, il primo villaggio Dogon da noi visitato. Nello slargo del parcheggio accorrono a frotte i bambini, bellissimi e polverosi, e si stabilisce immediatamente un rapporto di simpatia attraverso un sorriso, una stretta di mano, un saluto incomprensibile. E poi si sale lungo viottoli sassosi incassati fra casupole e granai, superando un togu-na, la casa della parola, con gli anziani seduti alla sua ombra, e curiose abitazioni decorate di simboli e di pelli di animali, fino a raggiungere la grotta delle iniziazioni con le pareti istoriate di tantissimi segni della mitologia Dogon. Dall'alto lo sguardo abbraccia l'intero insediamento; si distinguono i tetti a terrazza delle abitazioni e quelli rotondi a ombrello dei granai. Poche chiome verdi rompono la tonalità monocromatica dominante. Sul sentiero dirupato della discesa un'originale «orchestrina» di bambini accoglie i visitatori e nella piazza ai piedi dell'abitato un gruppo di donne munite di grossi recipienti attornia la pompa dell'acqua. Una moschea solitaria assorbe i caldi colori del tramonto, proiettando la sua ombra su un gregge di caprette radunate ai suoi piedi.
L'hotel «Le cheval blanc» a Bandiagara ci accoglie con le sue curiose stanze a igloo. Le cupole di mattoni sono disseminate nel folto di alti alberi e grandi cespugli fioriti di bouganville ombreggiano i tavoli della «sala da pranzo» all'aperto. Idrissa Sissoko dit Boya canta per gli ospiti accompagnandosi con la chitarra o con la kora, uno strumento a 25 corde, simile al liuto. La musica è molto piacevole. Alcune donne nere si muovono al suo ritmo e io, senza riflettere, mi unisco a loro. Sono accolta con simpatia e mi sento felice, nera, in armonia con il mondo che mi circonda. «Lopilopilo, Lopilopilo…» Il motivo più orecchiabile del «Boya» dal sorriso disarmante mi frulla in testa mentre prendo sonno sotto la zanzariera nel caldo igloo de «Le cheval blanc».
Una rapida fermata a un centro di medicina omeopatica (fondato da uno psichiatra italiano) mi ricorda brutalmente che a casa adesso è inverno, con temperature sotto zero, e allora via ad acquistare alcuni flaconi di sciroppo antitosse da mettere in valigia! Non si sa mai, magari si rivelerà un vero toccasana!
Poco oltre Bandiagara il nastro asfaltato lascia il posto a una strada di terra battuta. Il paesaggio intorno cambia in continuazione. Palme e baobab crescono fra pietraie rosso nere, nei campi gialli e rinsecchiti spuntano i pennacchi rigidi del miglio e quelli piumosi del sorgo. Più avanti, campi di cipolle lungo le sponde terrazzate di corsi d'acqua, che si spandono a formare stagni fioriti di ninfee bianche e rosa. Ai fiumi scendono le donne a rifornirsi d'acqua: risalgono i sentieri pietrosi con incredibili recipienti sul capo e fascine di sterpi.
E siamo all'hotel «Guinna» di Sangha, con le sue stanze spartane, giusto il tempo per lasciare i bagagli e calzare scarpe adatte per la prima traversata in terra Dogon. Ci lasciamo alle spalle poche casupole di fango semideserte e seguiamo la traccia appena individuabile di un sentiero in un pianoro roccioso. Il sole picchia impietoso sui lastroni neri e il gruppo di berretti rossi va sgranandosi via via che il sentiero scende in uno spettacolare canyon dirupato. Il viottolo si perde in un intrico di alte erbe secche, grossi massi e splendidi esemplari di baobab solitari, fino a una breve parete scoscesa alla quale è appoggiata una rudimentale scala di legno ricavata da un tronco d'albero. Sulla destra si alzano pareti di arenaria gialla tutte bucherellate di antiche grotte, abitate in tempi remoti dai Tellem, una popolazione pigmea la cui provenienza si perde nella notte dei tempi. Sotto di noi, in un caos disordinato di massi, appare il villaggio di Ireli, perfettamente mimetizzato nell'ambiente arido e assetato che lo circonda. La sosta per il pranzo in un locale caratteristico è il momento giusto per uno scambio di impressioni e di previsioni per le successive scarpinate.
Nel caldo polveroso del pomeriggio il nostro giro ci porta prima ad Amani, alla pozza con i coccodrilli, animali sacri per gli abitanti di questo insediamento. Il villaggio è inserito in un caos di massi rocciosi fra la faglia e la piana del Seno. Le spighe secche del miglio spuntano tra le case nei fazzoletti di terra strappati alla roccia. C'è una chiesa cattolica ai piedi del villaggio; è un parallelepipedo di fango, con la porticina in lamiera ondulata, due piccole croci in rilievo sulla facciata e una patetica campanella appesa a un palo a pochi metri di distanza dall'edificio. Buoi scheletriti frugano fra le stoppie in cerca di cibo.
Raggiungiamo Tireli quando il caldo torrido si è attenuato. Il villaggio è tutto abbarbicato alla roccia, con le piccole abitazioni di fango raggruppate lungo stradine di terra invase di rifiuti, e in alto i granai e un piazzale a ridosso del consueto caos disordinato di massi neri e gialli. Qui assistiamo a uno spettacolo di danze rituali con maschere di vari tipi, fra cui riconosco le inconfondibili maschere Kanagha a forma di doppia croce. Colori, suoni, movimenti creano un'atmosfera magica e affascinante
Sta calando la luce. Sulla via del ritorno a Sangha ci coglie il buio. La macchina sobbalza sulla strada dissestata. Supera i piccoli villaggi avvolti nel silenzio, qualche fuoco brilla nell'oscurità, figure indistinte si muovono nel riverbero della fiamma. Mi sento invadere da un'emozione profonda, stupefatta di fronte a un mondo ancora integro, abissalmente lontano dal nostro, dove tutto cambia a ritmi frenetici.
L'alba tinge appena il cielo di grigio rosato, quando il discreto bussare alla porta mi dà la sveglia. Si parte presto stamattina, per affrontare la salita al villaggio di Youga prima che il sole arroventi l'aria e le pietre. La strada che porta all'attacco del sentiero offre spettacoli da capogiro. Il primo sole inonda di luce la parete di arenaria gialla della falesia, lasciando ancora in ombra i grandi baobab disseminati nella pianura. Contro il blu del cielo si stagliano bizzarre figure antropomorfe scolpite dal vento e dalla pioggia.
Dolo avanza lento con passo cadenzato lungo il crinale sparso di massi. Dalla parete rocciosa scende un alito di vento che muove appena gli steli secchi dell'erba alta e del miglio, provocandone un fruscio lieve come di canto antico. Le spaccature nella falesia ne spezzano zigzagando lo spessore e il sentiero segue esili tracce che si incuneano in stretti anfratti scuri, per scalare poi in ripida salita lastroni neri scivolosi. Youga è su in alto, nascosto fra le rughe rocciose, con le piccole case cadenti, molte ormai vuote. Il villaggio si va lentamente spopolando. Nella piazzetta, sotto il togu-na, sovrastato da un gigantesco baobab, siede solitario un anziano. C'è una grande quiete intorno, una quiete sospesa e rassegnata.
Il sentiero segue le ondulazioni della roccia, costeggiando prima ampie grotte naturali popolate di granai arancione e incuneandosi poi in una vertiginosa forra percorsa da un limpido corso d'acqua. Una scala ricavata da un tronco d'albero collega l'abisso con l'altipiano nudo, lastricato di rocce nere. Mi sento sulla luna, e dall'alto della falesia lo sguardo abbraccia la valle del Seno, avvolta in una tenue foschia azzurrina, pulsante nella luce abbagliante del sole. Scavalchiamo la schiena d'asino della faglia e imbocchiamo il passaggio tortuoso e accidentato che scende a Youga Piri. Il villaggio è arroccato in un intrico roccioso aspro e caotico e le abitazioni e i granai si confondono con la crosta rocciosa in uno scenario di grandioso impatto. C'è ancora vita fra le casupole di fango e i granai appollaiati negli anfratti rocciosi: donne e bambini lungo i sentieri, gli anziani appartati su in alto, ai piedi della parete traforata di grotte Tellem. Poche bancarelle in uno slargo attirano come calamite chi non sa resistere a un lavoro artigianale «autentico» Dogon, e così nel mio zainetto trova posto una maschera con scheggiature «autentiche» che avevo adocchiato fra tante altre.
Ho il cuore colmo di emozione, chissà se avrò di nuovo la fortuna di camminare di villaggio in villaggio in questo mondo antico, prima che inesorabilmente venga risucchiato dal vortice dell'omologazione!
Gli automezzi ci hanno riportato a Sangha. A due passi dal nostro albergo c'è la piazza del mercato. Sparse su un breve pianoro roccioso, spiccano le macchie dai colori violenti dei vestiti delle donne, che vendono di tutto: tessuti colorati, utensili di plastica, spezie dai profumi aromatici, frutta… Non ho più voglia di trambusto, ripiego verso l'albergo con un sacchetto di manghi e subito vengo agganciata dai soliti bambini festosi e sorridenti, ai quali mi rivolgo come a dei vecchi amici, instaurando subito una corrente di simpatia reciproca. Attraversando piccoli campi di miglio, mi ritrovo davanti a un edificio dall'aspetto inconfondibile: è una scuola elementare. Un maestro, sulla porta, legge la sorpresa nella mia espressione curiosa e mi fa cenno di entrare in classe. Per poco non mi prende un accidente: gli scolari saranno almeno un'ottantina, in tre lunghissime file, e dentro l'aula c'è un perfetto silenzio! Solo il frusciare dei piedi sul pavimento, quando i piccoli scattano in piedi per salutare! Qualche attimo di smarrimento e poi sciolgo l'imbarazzo cercando di leggere il testo francese scritto alla lavagna. Io il francese proprio non lo so, e il mio tentativo provoca finalmente qualche sommessa risata a cui mi associo anch'io. Dopo poco stiamo cantando tutti in coro il «Fra Martino» in versione francese (questo lo conosco davvero!), scatto qualche foto con la promessa di inviarne loro copia. Lasciando la scuola, mi domando cosa verrà trasmesso agli scolari della complicata e mitica storia del popolo Dogon!
Il raglio di un somaro si inserisce in uno scambio assonnato di impressioni mattutine fra me e Rita. Un attimo di silenzio attonito e poi lo scoppio di risa di Rita, che ha scambiato il saluto al sole del somaro per uno dei miei assoli mattutini! Fuori la vita riprende il suo ritmo: le donne già in moto con i recipienti pieni d'acqua sul capo, altre impegnate a bagnare i campi di cipolle giù nella piana, belati di capre e strusciare di ruote di carretti nella densa polvere rossa, la voce del vento fra i baobab e i campi di miglio… Cose da capogiro, emozioni profonde che mi accompagnano nel nostro vagabondare fra le viuzze tutte spigoli di Ogol Basso, davanti al grande togu-na e alla casa di Ogotemmeli, il vecchio cacciatore cieco che rivelò all'etnologo francese Marcel Griaule l'intricato sistema del pensiero Dogon. E qui, dal tetto della casa di Dolo con le spighe di miglio e i peperoncini messi a seccare, osservo i campi con la fitta griglia di sassi che forma quadrati regolari coltivati a cipolle, prodotto base delle esportazioni Dogon.
Poco sopra i campi, Ogol Alto dorme nella calma del mattino. Le stradine, le piazze e il togu-na sono deserti. Le facciate traforate delle abitazioni degli hogon, capi spirituali di ogni comunità, mi fanno pensare a grandi alveari abbandonati.
Ed è già giunto il momento di ripartire. La nostra brevissima esperienza Dogon si sta concludendo. Dal finestrino rivedo gli stessi quadri ammirati con stupore solo alcuni giorni fa, provo lo stesso senso di disagio nel ricambiare con un cenno il saluto delle donne e dei bambini fermi al bordo della pista, nella polvere sollevata dai nostri automezzi. Vorrei scendere e camminare insieme a loro, condividere in qualche modo la loro esperienza di vita, e invece mi ritrovo dopo poco al ristorante a Savarè, fra i venditori di bellissimi tessuti bogolan, e poi di nuovo a Mopti nella confusione irresistibile del mercato e lungo le rive del Bani, frastornata fra mille offerte e richieste dei ragazzi che stazionano nei pressi dell'albergo Kanaga. E te li ritrovi lì anche alle otto del mattino, con quel sorriso che mi spiazza, un libro di scuola in mano a farmi capire che dei soldini ne hanno bisogno per poter andare a scuola. E io ci casco come un allocco e acquisto altre colorate cianfrusaglie, quando la pinasse si è già staccata dalla riva.
Le acque del grande fiume sono piatte, deserte. Solo qualche barca di pescatori ne increspa la superficie. Le sponde sfilano lente, ora verdi di erbe alte e fitte, ora secche e crostose all'avvicinarsi dei villaggi, che si annunciano di lontano con la trama dei pinnacoli delle moschee contro il cielo sbiadito. Nelle brevi insenature è tutto un brulichio di donne intente a lavare e di bambini che sguazzano fra il dondolio delle barche ancorate.
Madina e Kodaga, piccoli borghi di case di fango lungo stradine tortuose dominate dalle gigantesche cupole dei ficus e dalle torrette slanciate delle moschee, donne allegre nei loro vivaci abiti riunite a crocchio nella piazza del paese, con i piccoli appesi sulla schiena… E poi siamo nel dedalo di bracci e di canali del delta interno del Niger, strade d'acqua fra alti canneti, percorse da barconi carichi di erba e di bambini. A Kona si lasciano le imbarcazioni e si ritorna sui fuoristrada per il rientro a Mopti.
I ritmi imposti dal programma non lasciano tempo per interiorizzare le immagini, che sfilano rapidissime e vanno a mescolarsi nel calderone già traboccante di quanto già visto. Ma rimane ancora da visitare Ségou-Koro, villaggio sulla riva del Niger, ora immerso nel degrado e nei rifiuti, ma un tempo capitale di un regno Bambara. Dei tempi andati conserva ancora qualche bel monumento: la facciata del palazzo reale e, vicino, la tomba dell'ultimo re Biton Mamary Coulibaly, e giù, proprio sulla riva sabbiosa, una bella moschea rosata, che ora sonnecchia all'ombra di un albero enorme. Frotte di bambini giocano sulla sabbia e poi rincorrono i visitatori, con quei faccini impiastricciati di muco e i sorrisi sdentati e i grandi occhi luminosi e tristi.
So che mi mancheranno queste immagini di vita precaria eppur festosa al mio rientro a casa, nel grigiore della città per le vie strette fra muri compatti di case e persone sempre taciturne e frettolose, prese dai mille impegni di una vita convulsa e stressante.
Mi riempio di luce e di colori sulle rive del Niger a Ségou, al mercato della ceramica bozo e sulla via del rientro a Bamako guardo sfilare la savana riarsa con un sottile velo di malinconia. E sia! Anche questo viaggio volge al termine. Lo concluderemo con la visita al Museo Nazionale di Bamako, ma io so già che per quanto interessante possa essere, non susciterà in me nuove emozioni: quelle vere, vissute nella realtà dei villaggi Dogon o sulle rive dei fiumi, resteranno indelebili e mi faranno sognare un ritorno per riviverle con rinnovata intensità.
Domando a Dolo se sarebbe disposto a organizzare una settimana di trekking su e giù per la falesia per una matta che ha la sconsiderata abitudine di lasciare uno spicchio del suo cuore in ogni luogo visitato e sogna di ritornarci per recuperarlo. Da sotto il suo berrettino blu Dolo mi sorride. «Fammelo sapere quando intendi ritornare. Ti procurerò una guida sicura ed affidabile.»

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