Allora è vero! Si parte per “ El Fin Del Mundo”!
Verso fine ottobre mi sento sufficientemente preparata per affrontare il viaggio patagonico e taglio le visite alla Viaggeria, dove Michele e Yuri a turno mi hanno suggerito le ultime novità librarie in materia.
Zaino in spalla ho già percorso strade infinite e dormito in sperdute estancias in compagnia di Chatwin; mi sono fatta dondolare in interminabili traversate dal Patagonia Express in compagnia di Sepulveda; ho sfidato tempeste e naufragi lungo i canali fueghini in compagnia di Coloane; ho tentato persino di scalare le durissime vette andine con Don A.M. De Agostini…….
Ora è tempo di riporre le letture che mi hanno fatto fantasticare e prendere in considerazione i suggerimenti validi per affrontare nella realtà questo viaggio che si preannuncia affascinante.
Come al solito è la parola abbigliamento a far nascere perplessità ed incertezze. “Vestirsi a cipolla”, cioè a strati, visti i repentini cambiamenti di temperatura che caratterizzano le regioni che andremo a visitare. Questa è la proposta contenuta nel nostro programma di viaggio. Decido di prendere a modello una cipolla rossa di Tropea, che di strati ne esibisce pochi, e di conseguenza preparo una valigia piccola, facilmente manovrabile, con il minimo indispensabile per ogni evenienza.
Avrò così la scusa di acquistare le mie adorate magliette, nel caso ciò si rendesse necessario!
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Il viaggio Roma - Buenos Aires si svolge regolare. Causa nebbia, atterriamo con tre quarti d’ora di ritardo e siamo subito “prelevati” dalla nostra efficientissima Alicia, che ci farà conoscere sinteticamente la storia antica e contemporanea di questa metropoli di oltre undici milioni di abitanti.
So già, per esperienza, che il primo giorno dopo un viaggio aereo transoceanico mi trova imbranata ed intontita per mancanza di sonno; per cui quello che vedo e che sento fluttua indistinto fuori e dentro di me.
Percorriamo in pullman strade larghissime in mezzo ad un traffico intenso e caotico; sbarchiamo in Plaza 25 de Mayo, centro storico e nevralgico della città; abbiamo i minuti contati per infilarci nella Catedral Metropolitana, attraversare di corsa una strada micidiale per porci in mezzo ad un’isola pedonale e fotografare la Casa Rosada, il Cabildo, i piccioni e i ragazzi sdraiati sui prati. Poi via attraverso quartieri eleganti con grattacieli che si levano tra alberi maestosi e verdi giardini fioriti per arrivare al caleidoscopico quartiere della Boca, abitato in prevalenza da argentini di origine italiana, genovese per la precisione.
Le basse case in lamiera e legno sono un vivacissimo arcobaleno di colori: rossi gialli verdi blu viola ricoprono interamente le facciate, si allungano sotto i tetti e lungo i ballatoi, dove sventolano altrettanto variopinti panni, incorniciano porte e finestre in un tripudio gioioso. Sostiamo nella piazzetta Vuelta de Rocha, dove una cantante di tango accompagnata dal suono di una fisarmonica si esibisce in accenni di danza invitando i turisti a ballare con lei. Di fronte alla piazza si apre una stretta via coloratissima dal nome nostalgico “Caminito”. Una ininterrotta serie di rastrelliere con dipinti altrettanto vivaci percorre la strada da ambo i lati. Contrastano con questa festa di colori le acque torbide ed inquinate del Riachuelo, il canale la cui boca sfocia in un mare di fango, che mare non è ma è l’estuario del Rio de la Plata.
Il nostro giro turistico ci porta infine a passeggiare sotto pergolati di rose in uno splendido parco del quartiere Palermo. Il cielo sopra la città è una coppa di smalto azzurro; le giacarande in fiore tessono delicati ricami, tono su tono contro la luminosità che si va stemperando nel tramonto.
Domani! Domani voleremo in questo azzurro verso la Patagonia!
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Ma oggi piove! Ci imbarchiamo per Trelew sotto un cielo plumbeo, ma appena l’aereo prende quota, voliamo in un cielo terso e luminoso mentre sotto di noi si stende una coltre compatta e morbida di bambagia candida. Due ore di volo ci portano a Trelew ed il cielo è miracolosamente sgombro ed azzurro.
Ci aspetta la nostra guida Margherita, che, ritirate le valigie, ci accompagna subito al pullman in attesa e si parte no stop per Punta Tombo. Dal finestrino ammiro due splendidi cespugli di rose, uno di rose rosse e l’altro di rose gialle che si arrampicano sul muro della aerostazione. Percorriamo una larga strada deserta in mezzo ad orizzonti sconfinati. La steppa di verdi cespugli spinosi si stende a perdita d’occhio sotto un cielo di cobalto e punteggiata dal bianco delle pecore al pascolo.
Ed eccoci a Punta Tombo, nel territorio dei pinguini. La simpatia che suscitano questi animali è immediata: sono dovunque; a passeggio, sculettanti lungo tracce di sentiero che dalla scogliera scendono al mare, sulla spiaggia ghiaiosa, nell’acqua; moltissimi stanno covando nei nidi - semplici buche scavate sotto cespugli spinosi -; qualcuno lascia la cuccia per stirarsi e si possono così osservare nel nido una o due uova bianche. Non sono per niente infastiditi dalla nostra presenza: ci osservano passare per i viottoli recintati piegando appena la testa di lato o restando imperturbabili a covare. Sono sparsi su un territori o molto vasto e i più distanti li noti appena, piccoli punti bianchi e neri in mezzo a stoppie gialle o su nude scogliere rosse. Il quadro d’insieme è veramente unico.
Branchi di guanachi pascolano fra i bassi cespugli lungo la strada del rientro a Trelew e grosse lepri patagoniche si immobilizzano appena il pullman si ferma per darci modo di fotografare.
Margherita avverte l’entusiasmo nei sui “ragazzi” – è l’appellativo con cui si rivolge a noi – ed è pronta a segnalarci ogni novità. L’indomani, portandoci verso la Peninsula Valdes, si dimostrerà una profonda conoscitrice della ricca fauna locale, che ci illustrerà durante il trasferimento in pullman. Sotto un cielo fulgido con grosse nuvole bianche veleggianti all’orizzonte, raggiungiamo Puerto Piramides, l’unico centro abitato permanentemente della penisola (duecento abitanti circa). Si adagia lungo la sponda del Golfo Nuevo dove noi ci imbarchiamo sul battello che ci porterà ad osservare a distanza ravvicinata una coppia di balene franche. E’ assolutamente inesprimibile l’emozione suscitata dalla vista dei salti e delle evoluzioni di questi bestioni che raggiungono 13 – 14 metri di lunghezza e le 40 tonnellate di peso. Eppure lì, nell’acqua blu, si muovono con l’agilità e la scioltezza degli acrobati. Si scattano foto a ritmo accelerato e, prima del rientro alla riva, sciogliamo l’emozione in un coro liberatorio.
Ci aspettano però altre forti sensazioni a Punta Delgada, dove dall’alto di scogliere a strapiombo sulla spiaggia si possono osservare gli elefanti marini. Sembrano grossi sassi affusolati portati a riva dalla marea. Improvvisamente il tempo cambia. Lunghe nuvole nere si spostano veloci creando straordinari giochi di luce e di colori nel cielo e sul mare. Raggiungiamo le scogliere che sovrastano la “Caleta Valdes”. Bisogna sporgersi nel vuoto per ammirare lo spettacolo che si svolge sulla spiaggia: è tutto un brulichio di leoni e di elefanti marini, di otarie, di grossi uccelli bianchi. Tutta la scena è immersa in una leggera foschia. In sottofondo belati e ruggiti, misti al rumore del mare, creano un’atmosfera irreale da film.
Si rientra a Trelew attraverso paesaggi di incontaminata bellezza. Lasceremo la città dopo la visita ad un interessante museo paleontologico ed un saluto affettuoso a Margherita che esprimiamo con il canto della “Pastora”.
Si scende sempre più a sud. Due ore scarse di volo ci portano a Rio Gallegos nella regione di Santa Cruz. Siamo subito “prelevati” da Florencia, Flor per gli amici, la nostra simpaticissima accompagnatrice, e da Diego, l’autista, che ci porteranno a El Calafate. Il paesaggio è decisamente cambiato: la strada bianca cosparsa di buche, corre in mezzo a praterie sconfinate screziate d’oro: sono milioni di fiori di dente di cane che lungo i bordi della strada si infittiscono formando un lungo tappeto giallo. Il cielo è una coppa multicolore adagiata sopra un mondo senza confini. Rade pecore brucano nei pascoli recintati ed in lontananza qualche filare di pioppi segnala la presenza di una estancia. Flor vuole stabilire un contatto personale con ciascuno di noi e si fa ripetere i nostri nomi: può così risponderci od interpellarci individualmente. La bassa velocità tenuta da Diego (non si possono superare i 40 km orari) induce a sonnecchiare. Nello specchietto retrovisore alcuni di noi notano che anche Diego ha l’occhio spento e la testa a scatti ciondola. Speriamo non gli prenda un colpo di sonno! Sostiamo brevemente a sgranchirci le gambe ed a fotografare il lago Argentino, una distesa di argento fuso nella luce fosca del sole, che appare e scompare tra grandi ammassi di nuvole in movimento. Arriviamo a El Calafate, piccolo centro turistico dalla storia recente: l’anno di fondazione risale infatti al 1927.
Sono giornate intense quelle trascorse con Flor. Sa trasmettere l’amore profondo e genuino che la lega alla sua terra d’adozione; ci dice di far parte dei VYQ (venidos y quedados) ossia i “venuti e rimasti” di loro iniziativa in questa terra affascinante ma anche drammatica. Con lei visiteremo il “Parque Nacional Los Glaciares”.
Il giorno dedicato alla visita del Glaciar Perito Moreno è grigio e piovigginoso; Flor riesce tuttavia a mantenere vivo il nostro interesse con tante informazioni diverse che ci fornisce lungo il percorso di circa 80 km in mezzo ad un paesaggio duro e selvaggio. Conosciamo così la pianta del calafate, un cespuglio spinoso ora ricoperto di minuscoli fiori gialli, le cui bacche mature, simili al nostro mirtillo nero, sono il simbolo di questa regione. Recita un detto: “Chi assaggia la bacca agrodolce del calafate e si macchierà le labbra con il suo succo bluastro sarà conquistato dallo spirito della Patagonia e non riuscirà più a dimenticarla”. (Dovrò accontentarmi di macchiarmi labbra e …. giacca a vento con un assaggio di marmellata di calafate, poiché i frutti maturano verso febbraio!). Radi intorno al paese, i cespugli si infittiscono lungo ruscelli e torrenti. La strada sconnessa prosegue fra paesaggi brulli interrotti solo da vasti prati gialli e dai filari di pioppi di qualche estancia. Il paesaggio cambia di man in mano che ci si avvicina alle montagne. Grandi massi erratici fiancheggiano la strada, che ora si inoltra in un fitto bosco, in cui grigi alberi scheletriti si intrecciano ad una lussureggiante vegetazione nuova. I cespugli di notros dai fiori rosso fiammeggiante creano macchie di vivace contrasto.
Il pullman sosta in un piazzale belvedere. Il ghiacciaio in lontananza si stende azzurro e grigio davanti al nostro sguardo stupefatto. E’ uno spettacolo straordinario che mi fa ammutolire. La pioggia che continua a cadere rende la scena ancora più magica ed irreale.
Navighiamo lungo il Brazo Rico del lago Argentino fino a portarci sotto l’immensa muraglia che sprofonda nelle acque lattiginose del lago. Percorriamo poi i sentieri che scendono a terrazza lungo i fianchi della penisola di Magallanes e lo spettacolo è sempre più impressionante. Dall’alto del mirador lo sguardo spazia sull’immensa distesa di guglie e pinnacoli azzurri che sfumano in lontananza nel cielo e precipitano in gigantesche pareti nell’acqua opaca. Grossi blocchi si staccano e si inabissano in un ribollio di onde provocando un rumore di schianto. Affacciata al parapetto del mirador sotto la pioggia che continua a cadere ma che non avverto più, mi sento invadere da un’emozione incontenibile. Mi accorgo appena che la pioggia cessa improvvisamente ed il sole fa luccicare le piccole foglie brillanti dei lengas, i faggi patagonici sempre verdi.
Nel pomeriggio ci dirigiamo a El Galpon, un riposante agritur presso l’estancia “Alice”, nelle vicinanze di El Calafate. In posizione idilliaca, fra prati verdissimi e specchi d’acqua popolati da una ricca e varia avifauna, sarà il retiro ideale per le prossime vacanze! Gustiamo una superba cena a base di agnello cotto “in croce”, e sotto la luna piena che naviga in un cielo ormai completamente sgombro rientriamo al nostro accogliente albergo El Quijote.
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Sotto un cielo luminoso e cristallino percorriamo la strada verso Puerto Bandera, punto d’imbarco per l’escursione al ghiacciaio Upsala ed alla baia Onelli. Navighiamo prima lungo il Brazo Norte del lago Argentino per imboccare poi il Brazo Upsala. Sullo sfondo si apre a ventaglio il vastissimo fronte scintillante del ghiacciaio e gli iceberg, come ciclopiche sculture, conferiscono al paesaggio un aspetto epico. Assaporo emozioni più intime camminando sul sentiero che attraversa un fitto bosco di lengas, ñires e leña, i tipici alberi patagonici, che cresce rigoglioso a ridosso della baia Onelli. Uno spettacolo incantato si apre allo sguardo sbucando dal folto del bosco: la laguna disseminata di blocchi di ghiaccio raccoglie in un magico anello le lingue dei ghiacciai Agassis, Bertacchi e Onelli che scendono a lambire le acque della piccola baia. Ed è in questo angolo che brindiamo in coro al compleanno di Riccardo, fra gli sguardi divertiti di altri turisti.
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Partiamo da El Calafate e nel cuore ho una sottile vena di malinconia. Fa freddo e l’umidità del mattino si condensa in minutissimi granelli di ghiaccio. Dobbiamo percorrere 365 km circa, quasi tutti su strada non asfaltata. In territorio argentino è ancora Diego il nostro autista. Di mano in mano che ci si avvicina alle montagne, il freddo si fa più intenso ed un leggero strato di neve imbianca il paesaggio. Un autostoppista saltella per scaldarsi in mezzo alla strada vuota dalla quale stiamo per deviare: Diego lo saluta tracciando in aria un segno di croce … .
Fermata d’autobus nella prateria per sgranchirsi le gambe e bere qualcosa di caldo: il posto di ristoro con distributore annesso è l’unico lungo tutto il percorso. Nel locale c’è una bella bimba di nome Amy con la sua mamma che serve tutti sorridente e veloce; seduta in un angolo una giovanissima mamma allatta il suo piccolo di un mese; rudi lavoratori cotti dal vento arrivano per fare rifornimento di carburante ed il cane Tappy si fa fare le coccole e si sgranocchia buona parte dei biscotti che mi sono appena comperata. Saluti espansivi a tutti e poi via verso il confine. Alla frontiera argentina l’accoglienza è di tutt’altro stampo: facciamo la fila in uno spazio ridotto fra una porta che cigola stridula a mò di campanello e due enormi sacchi di lardo con facce truci che controllano minuziosamente i nostri passaporti. E poi siamo alla frontiera cilena. Nello spazio di nessuno avviene il cambio di pullman; Diego ritorna a El Calafate e noi saliamo a bordo di un altro mezzo con Francisco al volante e Mario nostro cicerone. Mario è un omino minuto con un viso alla Gilberto Govi sotto un cappello nero a larghe falde pieno di distintivi fra cui spicca quello del C.A.I. Ha la faccia tutta a macchie bianche, che io prendo per vitiligine, ma lui dice essere causate dal buco dell’ozono che sovrasta la zona patagonica. Ci consiglia vivamente di coprirci il capo e spalmarci il viso con crema antisolare per evitare possibili inconvenienti. Sarà l’ultima delle mie preoccupazioni quando lo seguirò lungo i sentieri nel Parco del Paine!
C’è di che occuparsi immediatamente sul pullman, invece! Siamo appena partiti alla volta di Puerto Natales e da tutti gli interstizi, fori e fessure del veicolo si leva una sottile nube di polvere, che aumenta pericolosamente rendendo alquanto scomoda la respirazione. Arriviamo così, impolverati e contenti, alla cittadina di Puerto Natales, dove trascorriamo le nostre prime due ore cilene alla ricerca di cartoline. Almeno così è stato per me. Compero anche delle belle ciliegie fresche, un libro di Coloane e delle posate da portata in legno lavorate a mano da regalare a mia figlia Paola. Poi si va al nostro albergo “Al Cigno nero”, che dista 6 km da Puerto Natales ed è in posizione panoramica sulle rive del Seno Ultima Esperanza. Nel breve tragitto ho modo di guardare delle simpatiche casette lillipuziane, tutte colorate, che si affacciano sul golfo, e gli eleganti cigni dalla testa nera ed il corpo bianco che nuotano lungo le rive.
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Per arrivare al Parco Nazionale del Paine percorriamo una strada bianca che attraversa la steppa patagonica, un’immensa distesa di coiròn, l’erba dura perennemente piegata dal vento. Interminabili recinti in legno segnano i confini tra un’estancia e l’altra. La giornata è splendida; cielo terso e cristallino, panorami mozzafiato. E’ un continuo scendere e risalire sul pullman per ammirare e fotografare animali, picchi innevati, laghi dalle tinte incredibili. In una conca tappezzata di fiori gialli un gruppo di ñandù si allontana al nostro arrivo; branchi di guanachi al pascolo si lasciano invece avvicinare senza manifestare segni di inquietudine. Il lago Sarmiento, incastonato tra le montagne incappucciate di neve e le basse colline fiorite, brilla di un colore blu intenso, mentre le acque dei laghi Pehoè e Nordenskiöld scintillano come giganteschi turchesi. Le pendici delle colline sono disseminate di enormi cuscini fioriti di neneo, dal colore rosso arancio, di mata barrosa dal tenue colore verde argento, di calafate dai delicati fiorellini gialli e di notros dagli splendidi fiori rosso fuoco.
Ho le ali ai piedi sul sentiero che ci porta alla cascata Salto grande. Un arcobaleno completo sovrasta come un fantastico ponte lo scrosciante salto spumeggiante del Rio Paine. Il sentiero prosegue e s’inoltra tra fitti cespugli spinosi fino a raggiungere un belvedere sul lago Nordenskiöld, da dove si ammira in tutta la sua selvaggia bellezza il massiccio del Paine, che si specchia nelle acque limpidissime del lago.
Ammiriamo in silenzio quel quadro fiabesco, ma poi, da bravi figli della montagna, esprimiamo il nostro entusiasmo nel canto corale della “Montanara”.
Nella luce smorzata del pomeriggio osservo il panorama dai finestrini del pullman: i colori si sono fatti più tenui; sul dorso delle colline si stagliano solitarie le sagome di qualche guanaco, immobile contro la luminosità del cielo, un volo nero disegna arabeschi nell’aria ….
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Lungo un sentiero ben tracciato nel bosco, seguo le gigantesche orme del Milodon. Lo vedo pascolare nelle radure che circondano la sua cueva e strappare dagli alberi foglie e frutti di cui si ciba. (Era vegetariano?). L’imbocco della sua ciclopica caverna è ben mimetizzato fra enormi massi e cespugli inestricabili. Penetro in punta di piedi all’interno del suo antro: sul fondo c’è un fuoco acceso sotto la volta affumicata e piccole figure indistinte, coperte di pelli, saltellano tutt’intorno. Osservo affascinata tutta la scena, quando un rumore di sassi e frasche smosse proveniente dall’esterno mi fa rizzare i capelli in testa. Mi giro per darmela a gambe, ma davanti a me, proprio all’imboccatura della caverna, ritto sulle zampe posteriori, c’è lui, il mitico Milodon …..
I miei compagni di viaggio ne stanno fotografando la statua. Scatto velocemente qualche foto anch’io e ridiscendo il sentiero su cui sono disegnate le sue impronte giganti.
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Trascorriamo l’ultimo giorno cileno navigando lungo il fiordo Ultima Esperanza. Alla partenza da Puerto Natales il cielo è grigio, ma l’aria è limpida e lo sguardo può spaziare fino alle montagne bianche di neve che racchiudono come in uno scrigno le acque color malva. Il cielo schiarisce; larghi squarci d’azzurro rompono le nuvole. Esco sul ponte e fotografo montagne, voli di condor e nidi di cormorani, cascate, boschi che scendono a lambire l’acqua. Il gruppo del Paine si profila all’orizzonte sullo sfondo di acque opache e lattiginose. Attracchiamo a Puerto Toro ed una breve escursione lungo i fianchi della montagna ci porta fino ai piedi della parete del ghiacciaio Serrano. Il bosco verde tenero, i fiori rossi del notro, il bianco azzurro del ghiacciaio contro lo sfondo scuro dei depositi morenici ed il blu del cielo creano un insieme di rara bellezza. La navigazione ci porta poi ai piedi del ghiacciaio Balmaceda: fino al 1990 circa il suo fronte precipitava nel mare, ora invece larghe chiazze di nuda roccia rossa testimoniano l’impressionante velocità con cui il ghiacciaio si va ritirando.
I tetti rossi dell’estancia Margot, adagiata in una tranquilla insenatura del fiordo, salutano il ritorno del nostro yacht.
Lasciamo il Chile la mattina del 15 novembre e lo saluto con un arrivederci convinto. Da Puerto Natales a Rio Gallegos ci sono 300 km circa che percorreremo in pullman su strada bianca. La strada in territorio cileno corre fra verdi boscaglie e praterie sconfinate punteggiate di colorate estancias e greggi al pascolo. Immediatamente dopo il confine argentino il paesaggio cambia: si ripresenta la steppa ricoperta di coiron, interrotta a tratti da boschi spettrali. Gli alberi contorti e deformi lasciano pendere dai rami grigi verdastre barba de viejo che ondeggiano nel vento. Poi di nuovo sterminate distese di fiori gialli con pecore, cavalli e mucche al pascolo. Specchi d’acqua color argento riflettono ammassi di nuvole che si spostano velocemente nel cielo turchino. Un gaucho solitario cavalca lungo la strada ed altri si profilano in lontananza sul dorso di una collina. Davanti ad un villaggio di casette tutte identiche, con il tetto di lamiera verde brillante, sosta il mitico “Patagonia Express”.
Mi riempio gli occhi ed il cuore di questi spazi senza confine e quasi non avverto gli scossoni del pullman, che ci scodella a Rio Gallegos appena in tempo per prendere il volo per Ushuaia.
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Sto volando sopra le Ande patagoniche verso “el fin del mundo”! Sono veramente emozionata.
Nello spettacolare susseguirsi di picchi innevati, dall’aereo che ci porta alla città “più austral del mundo”, cerco con lo sguardo una manciata di casette colorate adagiate lungo le sponde del Canale di Beagle e abbarbicate sui fianchi della montagna. Così immaginavo questo centro di frontiera, che invece si è rivelata una città dinamica e vivace di oltre 40.000 abitanti. Nella periferia che attraversiamo si notano ovunque cantieri di nuove costruzioni, che sorgono caoticamente un po’ ovunque ma che sembrano inserirsi senza stonature nello stille complessivo della città. La massima parte delle abitazioni sono casette minuscole in legno e lamiera ondulata, con tetti e facciate dai vivaci colori, finestre senza imposte e fazzoletti di giardini fioriti davanti alle porte di ingresso. Diverso è l’aspetto dell’Avenida San Martin, la via principale di Ushuaia, lungo la quale si trova anche il nostro albergo. E’ una strada trafficata con belle costruzioni, nella quale una serie ininterrotta di vetrine espone invitanti souvenir.
Dormiamo una sola notte in questa città, e l’unica giornata nella “Tierra del fuego” è un susseguirsi di spettacoli entusiasmanti. Al mattino ci inoltriamo per un’escursione alla baia Lapataia, una zona selvaggia e di grande fascino. Camminiamo nei boschi su un soffice tappeto di muschio e di tronchi caduti e ridotti ad una superficie vellutata, ammiriamo i grappoli di fiori arancio del michay, un cespuglio sempreverde simile al nostro agrifoglio, e fotografiamo il lla-llao o pan de l’indio, un fungo sferico di colore ocra che cresce su grosse nodosità degli alberi e le candele cinesi (muerdago australe) che come grosse palle giallo – verdi decorano gli alberi che faranno morire lentamente. Il bosco è un intrico fittissimo di tronchi, molti dei quali benché secchi sono mantenuti eretti dalle chiome verdi delle piante vicine. Si ha l’impressione di camminare in un luogo stregato. Il sentiero ci porta sulle rive del lago Roca - dove, volendo, si può campeggiare – e costeggia poi zone di torbiera ricche di splendidi esemplari di uccelli acquatici.
Sotto una sottile pioggia che rende l’ambiente ancora più suggestivo risaliamo il sentiero dei castori.
Lungo il corso d’acqua che li ospita una serie di dighe di tronchi d’albero perfettamente incastrati mostra chiaramente le capacità ingegneristiche di questi animali. Dagli specchi d’acqua fra una diga e l’altra si levano spettrali scheletri di alberi grigi, che riflettono le loro sagome nell’acqua. Avvisto un rifugio lungo una diga costruito con legni e fango, ma di castori nessuna traccia. Eppure la loro presenza è intuibile poiché lungo la sponda si notano tronconi di alberi abbattuti da poco. Bisognerebbe poter sostare fino al crepuscolo per vedere questi ingegneri idraulici all’opera! Ma devo raggiungere di corsa il pullman che ci porterà all’hotel – ristorante Tolkeyèn per il pranzo. È un locale caratteristico, molto accogliente, dove ci viene servito un pantagruelico asado di cordero – piatto di carni miste cotte alla brace -. Ottimo, veramente!
Al pomeriggio ci aspetta l’ultima avventura fuegina, la navigazione sul Canale di Beagle a bordo del catamarano Ezechiele.
Mi pregusto sensazioni forti fra flutti tempestosi e raffiche di vento, visto che il cielo è tutto coperto da nere nubi temporalesche e all’imbarco piove forte. Ma niente rischiose avventure per questa volta! Subito dopo la partenza smette di piovere e si può anche uscire sul ponte per osservare il panorama che ci viene illustrato da una hostess di mano in mano che procede la navigazione.
Appena usciti dal porto, le rive del canale appaiono strette tra montagne ricoperte in vetta da grandi nevai e sui fianchi da folti boschi che in certi punti raggiungono le sponde. Sulla superficie dell’acqua un balenio di ali bianche e nere: sono cormorani che si tuffano e spariscono sotto le onde per riemergere e riprendere il volo verso gli isolotti sparsi nel canale.
Navighiamo lentamente fino ad un piccolo faro a strisce bianche e rosse che se ne sta su uno scoglio roccioso proprio nelle vicinanze di una colonia di otarie, alcune delle quali giocano nell’acqua, mentre altre stanno sdraiate sulle rocce nelle posizioni più buffe. Un isolotto lungo e stretto è letteralmente ricoperto di cormorani appollaiati sopra i nidi. Doppiamo il faro e ritorniamo verso Ushuaia, che sullo sfondo scuro dei boschi risalta come una città giocattolo dai vivaci colori.
Ripercorro velocemente l’Avenida San Martin alla ricerca della centolla – naturalmente in scatola – lo squisito granchio gigante tipico della zona. Spalmato su tartine, sarà un ottimo ricordo della Tierra del Fuego durante le feste natalizie! Salutiamo Maria, la nostra guida fuegina, all’aeroporto ed io saluto dall’aereo che ci riporta a Buenos Aires questo paese incantato. Con la fantasia continuo a percorrere in solitudine i sentieri che si inoltrano nel silenzio ovattato dei boschi; cammino lungo le rive dei sui laghi incastonati fra le montagne, ascolto estasiata lo scrosciare delle cascate…….
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Sorvoliamo il suggestivo mare di luce di Buenos Aires notturna. A letto, nell’albergo che ci aveva già ospitato al nostro arrivo dall’Italia, il sonno tarda a venire. Rivedo come in un film tutti i paesaggi appena lasciati nelle terre australi e sono sicura che nessuno spettacolo, artistico o naturale li possa eguagliare….. Ma mi sbaglio!
Le cascate dell’Iguazù che ci aspettano a conclusione del nostro viaggio superano di gran lunga ogni aspettativa. Già dall’aereo la vista panoramica di questa imponente massa d’acqua tra il verde cupo della foresta è uno spettacolo grandioso.
Iguazù: parola guarani che significa “acqua grande”. Ce lo spiega Julio, la guida che ci fornisce i dati relativi al “più grande spettacolo naturale del mondo” e vedendole, non si stenta a crederlo!
Sono 285 i salti che costituiscono il fronte semicircolare di quasi tre chilometri di ampiezza e che precipitando per oltre settanta metri si rovesciano in mezzo alla foresta con un effetto assolutamente indescrivibile. Le cascate scorrono per due terzi in territorio argentino ed il resto in territorio brasiliano. Noi le visitiamo sui due versanti percorrendo delle passerelle con belvedere che s’inoltrano sopra le masse d’acqua rombanti. Nubi di spruzzi iridati mi bagnano completamente, ma è tale l’euforia e la gioia selvaggia che mi pervadono da sostare apposta in mezzo a questo fragore spumeggiante. Completiamo la visita con “la grande avventura”, percorrendo prima su un camion aperto una strada di terra rossa in mezzo alla foresta con alberi altissimi, indi, portandoci sotto le cascate, navighiamo su un gommone sulle acque che si allargano tranquille dopo il loro precipitare tumultuoso. Ma ecco, il gommone si impenna e parte velocissimo infilandosi fino sotto quell’esplosione iridescente. Mi accorgo di urlare; è l’unico modo per poter manifestare l’emozione fortissima ed incontenibile che mi preme dentro.
Lungo il sentiero che ci riporterà al pullman bagnata dalla testa ai piedi voglio immortalare con l’ultimo scatto rimastomi lo scenario primordiale della Garganta del Diablo – la gola del diavolo – il salto più spettacolare delle cascate, sotto cui ho appena sperimentato il “bagno più tonificante e meno rilassante” della mia vita……………