Una fetta di luna fra nuvole frangiate d’argento dondola sopra la città ancora immersa nel sonno. Stiamo per atterrare a Yerevan, capitale dell’Armenia. Ad accoglierci, oltre a Hakob, nostra guida, e a Giovanni, l’autista, c’è una lunga teoria di casinò le cui scritte al neon ammiccano appena fuori dell’aeroporto. L’albergo Metropol, che ci ospiterà per tutta la durata del nostro soggiorno, non dista molto: mi ritrovo in una “suite” di cui occuperò solo la stanza da letto e il bagno; la mia modesta “mole” e l’esiguo bagaglio si perdono in tanto spazio!
Piove. Il primo contatto con la città è bagnato e grigio: grigie le strade, grigi i casermoni-abitazione di stile sovietico, grigia l’espressione della maggior parte delle persone.
Dall’altura su cui sorge la fortezza di Erebuny, primo nucleo della città di Yerevan del 782 a.C., lo sguardo abbraccia la città e le sette colline che la circondano. Nell’erba alta rorida di pioggia si rincorrono dei ragazzini che lanciano sassi verso “gli invasori” e si rintanano poi velocemente fra ruderi e scavi.
Il museo di Erebuny, ai piedi della collina, offre un ampio panorama della civiltà dell’Urartu, mentre al Museo Statale di Storia i secoli della lunghissima storia armena si snodano attraverso una ricchissima e raffinata documentazione: lapidi con scritture cuneiformi, porte di legno e croci di pietra lavorate a merletto, splendidi tappeti, preziosi oggetti sacri, stanze del tesoro.
Al Parco della Vittoria, una mostruosa, gigantesca statua di Madre Armenia domina la città da un piedistallo smisurato che reggeva a suo tempo una statua di Stalin.
Il nostro itinerario nei luoghi della memoria di Yerevan si conclude il primo giorno con la visita al Monumento Commemorativo del Genocidio (1915-16). Su un pianoro spoglio si slancia con elegante leggerezza un sottile obelisco in acciaio e, a fianco, delle nude colonne spezzate di basalto disposte a cerchio racchiudono e custodiscono la fiamma perenne che brucia al centro del sacrario.
Un prete in pianeta bianca e rossa in piedi davanti all’altare e un monaco incappucciato tutto nero seduto immobile e di spalle dialogano cantando con due suorine avvolte anch'esse dalla testa ai piedi in abiti neri; spiccano bianchi i volti e le mani congiunte in preghiera. Siamo nella chiesa di Santa Hripsime (618 d.C.) a Echmiadzin, la città sede del “Katholikos”, il capo supremo di tutte le Armenie. È la prima delle tante chiese che il nostro viaggio ci porterà a visitare. Sono chiese e monasteri di aspetto sobrio e severo, costruiti in tufo di vari colori, rosa, rosso, ocra o grigio, a croce con cupola centrale, spesso completate da quattro absidi laterali e da un ampio atrio. I muri sono compatti, senza alcuna finestra: solo strette feritoie lasciano filtrare qualche lama di luce.
I monumenti sono disseminati lungo tutti gli itinerari, la maggior parte ancora intatti, situati spesso in posizione di difficile accesso su promontori rocciosi o nascosti in fitte foreste.
Ancora a Echmiadzin la chiesa patriarcale, edificata sul luogo indicato da Gesù a S. Gregorio l’Illuminatore, figura chiave del Cristianesimo armeno delle origini, sorge nel verde di un parco. Splendide “croci fiorite” cesellate nella pietra si sgranano lungo il percorso perimetrale della chiesa. E la chiesa di S. Gayane (630 d.C.) isolata fra l’austero cimitero del convento e la verde pianura che sconfina adagiandosi ai piedi della montagna sacra, l’Ararat. Sembra lì a due passi la mole innevata del mitico monte; domina il paesaggio nella sua maestosa solitudine, ma si trova al di là del confine con la Turchia, in territorio “off limits” per gli Armeni. Mi soffermo ad ammirare la sobria eleganza della chiesa, chiara e luminosa nel sole, ma subito lo sguardo viene calamitato dalla montagna con la cima avvolta di nubi e dal cono perfetto del piccolo Ararat, candido di neve che sfuma nel tenue viola del cielo.
Strade sconnesse fra estesi campi rossi di papaveri, fabbriche abbandonate e cantieri edili mai ultimati, le torri di raffreddamento della centrale nucleare di Metzamor, il monumento costruito in ricordo dei suoi sette piloti con i rottami dell’aereo yugoslavo schiantatosi sull’autostrada mentre trasportava materiale umanitario dopo il terremoto del 1988: sono alcune delle immagini che fotografo mentalmente lungo il percorso che ci porta all’interessante Museo Etnografico di Sardarapat.
… Le imponenti rovine del tempio di Zvartnots disegnano la pianura fra filari di pioppi. La chiesa, dedicata a S. Gregorio, è del VII secolo (641 – 61) e fu distrutta da un terremoto nel 930 e mai restaurata. Ciò che è rimasto è un arco di colonne scolpite, che rievocano la grandiosità dell’opera iniziale. I dintorni del tempio sono disseminati di antichi reperti recuperati durante gli scavi.
Lasciate alle spalle le obbrobriose torri-alveare della periferia nord di Yerevan, la strada si inoltra in tranquilli paesaggi montani, con greggi compatte che transitano sulla sede stradale, ondulate distese verdi di prati e villaggi tutti grigi sui pendii dei monti. Superato il lago Sevan, la strada si insinua serpeggiando in profonde gole con torrenti impetuosi e sui versanti scoscesi che precipitano nelle strette fenditure si aggrappano fitti gli alberi che salgono fino a lambire il verde dei prati screziati di fiori. Lampi di neve bianca nelle conche sui declivi catturano barbagli di luce. Un bosco verde dorato nasconde le case di Dilijan, piccola città di vacanza e ricopre i versanti delle montagne, da cui emergono come isole d'erba le sommità tondeggianti delle colline. Su una di queste si staglia contro il cielo il complesso monastico di Goshavank (XII secolo), che accoglie nell’interno delle sue tre chiese un indaffarato popolo alato: decine e decine di nidi pigolanti ornano archi e volte ed è tutto uno sfrecciare di voli nella penombra e fuori nella luce. Un gruppo di donne e bambini siede a conversare su un muricciolo, nel silenzio rotto solo dallo stridio delle rondini.
Adagiato su un breve pianoro nel folto del bosco, si annuncia dall’alto con i suoi tetti rossi lo splendido complesso monastico di Haghartsin (X – XIII secolo), con le sue tre chiese dedicate rispettivamente a S. Gregorio l’Illuminatore, a S. Stefano e alla Madre di Cristo. Nella chiesa di S.- Stefano c’è una colonna cava, utilizzata come nascondiglio per i tesori del monastero durante le invasioni, e davanti alla porta della chiesa della Vergine una lunetta di pietra porta scolpita l’immagine della Madonna che stringe un Bambino Gesù, entrambi con lineamenti mongoli, per sviare la furia distruttrice degli invasori verso tutto ciò che non era mussulmano. Un noce cavo, gigante vecchio di 600 anni ma che ancora dà frutti, protende i suoi rami contorti fra le mura grigie della chiesa della Vergine.
Una lunga gradinata scavata nella roccia porta sull’altura tondeggiante della penisola di Sevan. In mezzo a prati fioriti e profumati di aneto, assenzio, camomilla, sorgono le due chiese del monastero di Sevanavank, in posizione incantevole dominante il lago. Croci di pietra sono disseminate intorno quasi ad accrescere il senso di pace che avvolge questo sito magico. E ancora più suggestiva nella sua solitudine trovo la chiesa del monastero di Hayrivank, sospesa sopra uno sperone roccioso che precipita nelle acque marezzate del lago.
… Soffici masse bianche di nuvole si sfaldano e si ricompongono creando sempre nuovi disegni di luce ed ombra fra le innumerevoli croci di pietra dello straordinario cimitero di Noraduz. Tutto il pianoro fino all’orizzonte è disseminato di khachcar; le più antiche, ricoperte di licheni rossi, hanno assunto un caldo colore ramato. Fra le pietre erette o coricate pascola un piccolo gregge sorvegliato da alcune pastore sedute attorno a una piccola chiesa. I bambini giocano e si rincorrono fra le stele, e vengono ad offrire mazzetti di erbe odorose.
Giornata di lunga trasferta verso nord per strade molto dissestate. Le mete sono due complessi monastici di grande fascino, ma non sono da meno gli straordinari ambienti naturali che sfilano oltre il finestrino del pullman. Ondulati prati montani macchiati di fiori bianchi, greggi e armenti al pascolo, squallidi villaggi curdi con singolare cimitero sul dorso nudo di una collina. Altri villaggi tutti grigi si intravedono in lontananza in mezzo a campi coltivati. Attraversiamo la zona devastata dal terremoto del 1988: spiccano in file ordinate le nuove abitazioni, il centro ospedaliero della Croce Rossa e, su in alto, abbagliante nel sole, una chiesetta di metallo a prova antisismica. I dorsali delle colline sono disseminati di lapidi nere e grandi cespugli di lillà fioriti ingentiliscono l’austerità del luogo.
La città di Alaverdi, già centro importante per l’estrazione del rame, si sgrana tutta lungo il fiume Debed, che proprio in questo centro è sormontato da un bel ponte medievale del 1192. Ora la strada si innesta su un’antica Via della Seta, inoltrandosi in un profondo canyon percorso dal fiume Debed e fiancheggiato da nudi speroni rocciosi e fitti boschi che crescono in verticale. Su in alto, in mezzo a una distesa di erba alta tutta scompigliata e screziata di fiori, sorge lo stupendo complesso monastico di Haghpat (X – XIII secolo). Mi aspetto di vedere profilarsi nella penombra degli interni un saio, un mantello nero, ma è solo lo sfrecciare giocoso delle rondini l’unico segno di vita sotto le antiche volte e fra i diversi edifici. Fuori, sul piazzale antistante il monastero, alcune donne silenziose lavorano a maglia ed espongono i loro manufatti su piccole bancarelle colorate.
… Due deliziosi bambini “accolgono” il nostro gruppo all’entrata del monastero di Sanahin (X – XIII secolo). Mi aggiro fra gli antichi edifici seguendo le spiegazioni di Hakob e cercando di fissare con l’obiettivo i numerosi ed elaborati particolari di cui il complesso è ricco. Sono splendide le arcate del porticato di pietra che circondano un’ala di quella che fu una scuola di medicina nel XII secolo. Sparse in tutto il sito, si possono ammirare numerose, raffinate croci di pietra.
Ci gioca un tiro mancino Elio, il dio del sole dei Romani, mentre sotto una pioggia battente, tutti zuppi e infreddoliti, cerchiamo riparo fra le austere colonne del tempio a lui dedicato, in quel di Garni!
La nebbia, che ha nascosto il panorama dietro una fitta cortina lungo buona parte del tragitto accidentato, quassù si è attenuata e sfuma il profilo del tempio (del I secolo d.C.) e le sagome degli alberi in una morbida luce satinata. La pioggia ci accompagna fino al monastero di Geghard, buona parte del quale è scavato nella roccia; luogo di culto attivo e di pellegrinaggi, oggi è affollato di fedeli. Pesanti drappi di nuvole nascondono il paesaggio circostante, che si indovina spettacolare nei rapidi squarci delle nubi in movimento: rocce bucherellate dalle celle degli eremiti, profonde fenditure percorse da torrenti, alberi costellati di strisce di stoffa – ogni striscia è espressione di un desiderio o di una preghiera.
Nella chiesa dedicata alla Vergine Maria si sta celebrando la Messa: al momento della Consacrazione il celebrante in splendidi paramenti e i suoi aiutanti spariscono dietro una cortina blu decorata con una croce fiorita: i fedeli prostrati sul pavimento pregano e delle coriste elevano canti di grande coinvolgimento.
La pioggia non dà tregua e dobbiamo rinunciare alla visita delle grotte.
Una pecora riluttante viene trascinata e spintonata attraverso il cortile antistante la chiesa: sarà sacrificata in un “sito dei sacrifici” allestito lungo il torrente appena fuori delle mura perimetrali del monastero.
Lungo la breve discesa lastricata che ci riporta al pullman ritroviamo sotto la pioggia il ragazzo con i suoi deliziosi mazzetti di nontiscordardime e piccoli tulipani, la vecchia con la sua bacinella di semi, il venditore di colombe sacrificali, le venditrici di pane.
… La gigantografia del “Maestro” Sergey Paradjanov accoglie i visitatori nella sua casa museo di Yerevan. Artista eclettico e geniale, ha lasciato opere realizzate soprattutto con materiale di recupero o rielaborando in modo personalissimo e spregiudicato capolavori del passato. Famoso come regista, ha diretto solo quattro film.
Fra le molteplici incursioni nella cultura e nell’arte del passato remoto armeno, questo rapido sguardo al suo passato prossimo nella figura di questo artista è stato un gradevole intermezzo.
Khor Virap, il monastero-fortezza arroccato su un bastione roccioso in splendida posizione di fronte al monte Ararat, domina solitario la pianura sottostante. Le possenti mura perimetrali con torri d’angolo suggeriscono l’idea di un rifugio sicuro per gli abitanti dei villaggi circostanti nei periodi di invasione e di persecuzione, e nello stesso tempo, evocano ricordi di battaglie e di assedi. All’interno di uno degli edifici è scavato il profondo pozzo in cui la storia-leggenda vuole sia stato tenuto prigioniero per tredici anni S. Gregorio l’Illuminatore. Mi ci voglio calare anch’io insieme ad altri compagni di viaggio, e la discesa sulla scaletta di metallo infissa nella roccia risulta eccitante proprio come le discese delle ferrate dolomitiche. Su una terrazza che sovrasta la pianura verso l’Ararat, aspettiamo che il mantello di nuvole che avvolge il monte biblico si apra, ma non c’è speranza, il cielo rimane ostinatamante chiuso.
… Nella regione del Vayots Dzor è la natura a dare spettacolo, ora nelle ondulate distese di prati e nell’incendio di papaveri che dilaga dalle falde dei monti giù, giù fino alla piana dell’Ararat, ora nelle fughe di pareti nude che precipitano dirupate in profonde gole percorse da impetuosi torrenti o nella corona di montagne rosse, che incastonano come un prezioso gioiello il monastero di Noravank. Adagiato su un breve pianoro circondato da precipizi, questo meraviglioso complesso recentemente restaurato da un’impresa armeno-canadese, emana un profondo senso di quiete e di serenità.
L’ultimo giorno di permanenza in questa antica terra ci attende la visita all’Istituto-museo Matenadaran, in cui è custodita veramente la memoria della nazione armena. È il luogo dove sono raccolti e conservati oltre 12.000 manoscritti antichi, manoscritti comprendenti tutto lo scibile umano, espresso in questa lingua con le sue 36 lettere dell’alfabeto inventato dal dotto Mesrop Mashtots nel 405 d.C. Fra le tante meraviglie esposte, la giovanissima guida si sofferma a raccontare le vicissitudini di un gigantesco libro – una raccolta di sermoni – terminato di scrivere nel 1205. Il manoscritto pesa 32 kg e sono occorse 607 pelli di agnello per confezionarlo. Per portarlo via dal luogo dove fu scritto, sottoposto a saccheggio, in un luogo più sicuro, fu tagliato a metà e consegnato a due donne, ognuna delle quali trasportò la sua per itinerari diversi. Un caso fortunato permise la riunione del prezioso manoscritto a Yerevan e oggi è appunto esposto al Matenadaran.
Cultura e religione, musei e monasteri, Mashtots e S. Gregorio l’Illuminatore sono il binomio in cui affonda le radici l’identità del popolo armeno. È questo che ci trasmette Hakob, nostro appassionato cicerone.
Altri monumenti, altre chiese, altri affascinanti ambienti ci aspettano nell’ultima escursione che ci porterà nella regione di Aragatsotn (le pendici del Monte Aragats). Proprio su in alto, dove la strada finisce fra ampi panorami di montagna, l’imponente fortezza di Amberd e la chiesa adiacente ci appaiono sospese sopra un profondo baratro che si incunea serpeggiando nei fianchi dell’Aragats. Lingue di neve scendono nei canaloni a lambire la stretta strada dissestata e ne decorano i bordi. L’aria frizzante è profumata di erbe aromatiche. Il piccolo pullman che ci riporta in città indugia nelle lunghe discese per darci l’opportunità di sciamare nei pascoli fioriti a catturare le suggestive immagini di greggi al pascolo, di qualche accampamento di pastori curdi e di apicoltori con le file ordinate di arnie ai margini dei prati.
C’è un minuscolo villaggio dove i versanti dell’Aragats si adagiano in una breve piana; le case sono sparse, circondate di orti e bassi muretti a secco, intercalate da piccoli appezzamenti coltivati a frutteto. I meli sono tutti in fiore, e fra la soffice nuvola di petali bianchi la luce aranciata del tramonto tinge di rosa le cime innevate del monte. C’è silenzio e solitudine. Per le stradine in terra battuta camminano lente alcune mucche, altre sono sparse nei prati, libere, al pascolo. Su una spianata che si apre improvvisamente davanti allo sguardo si erge isolato e austero il complesso monastico di Sagmosavank. La parte posteriore si affaccia su un profondo canyon, scavato a gradoni, che fra verdi quinte boscose serpeggia verso la pianura. La luce smorzata del tramonto avvolge in una leggera foschia la città di Yerevan, che si indovina appena in lontananza.
È l’ultima passeggiata per le strade della capitale. In “abito da sera” piazza della Repubblica acquista un’aria di grande fascino. Lo spazio si ammorbidisce e la cornice di palazzi rosa illuminati racchiude come in uno scrigno i mille zampilli iridescenti delle fontane. Il traffico indisciplinato costringe i pedoni a rischiosi attraversamenti, mentre le ragazze in jeans superattillati procedono decise, caracollando su tacchi vertiginosi. L’Armenia rurale e l’Armenia metropolitana … riusciranno a convivere armoniosamente?