Isola di Pasqua

Cile
Loredana 23/1/2005

Dopo 13 lunghe ore di volo l’aereo proveniente da Madrid atterra felicemente all’aeroporto di Santiago. Sono le 10 locali. Davanti a noi una giornata limpida, soleggiata, di piena estate; alle nostre spalle un freddo pomeriggio di pieno inverno. Per acclimatarci basta la corsa in pullman dall’aeroporto alla capitale, che dista una ventina di Km. Un salto in albergo per lasciare i bagagli e alleggerire l’abbigliamento, e poi via per un pranzo libero al ristorante panoramico El Giratorio. Il locale, suggerito da Laura, guida per la nostra brevissima sosta a Santiago, si rivela una gradita sorpresa. Dalla piattaforma girevole lo sguardo spazia a 360° sul panorama della metropoli, mentre noi gustiamo uno squisito piatto di pesce.
Il doveroso giro turistico effettuato nel pomeriggio non può che ridursi a un continuo scendi e sali dal pullman, con soste d’obbligo nei luoghi di maggiore interesse. Fra severe zone monumentali e moderni quartieri con grattacieli avveniristici, si inseriscono la Plaza de Armas con il caratteristico monumento a los pueblos indigenas e con la Iglesia Catedral e la Plaza de la Constitucion con il Palacio de la Moneda e le statue di vari presidenti.
Gli spostamenti da un settore all’altro della città sono troppo veloci e riassuntivi per averne un quadro generale sufficientemente chiaro. A me, comunque, lascia l’impressione di una città vasta, animata e pulita, con quartieri residenziali appartati inseriti nel verde dei colli che sorgono entro il tessuto urbano. E poi c’è il fiume Mapocho, la cui pronuncia “Mapocio” rende perfettamente l’idea di un corso d’acqua marrone pieno di “pacioca”. Scorre in prossimità del vasto Parque Metropolitano, in cui è inserito il Cerro San Cristobal che domina tutta Santiago. Una statua della Virgen de la Inmaculada Concepcion, alta 36 metri, tutta candida, svetta alla sommità del colle fra cespugli fioriti e palme maestose. Di lassù saluto Santiago, l’immensa capitale del Cile, ma il pensiero è già proiettato verso un puntolino nero perso nell’Oceano Pacifico, che mi aspetta da tantissimo tempo:  Rapa Nui, la tanto sognata ISOLA DI PASQUA.

Le orbite vuote di sette colossi di pietra fissano tristemente l’oceano. Guardano verso la patria lontana, consapevoli di non potervi più fare ritorno. In chi li contempla irradiano un profondo senso di malinconia. Ci troviamo nel suggestivo sito di Ahu Akivi, i cui Moai, le gigantesche statue che popolano l’intera Rapa Nui, sono rivolte verso il mare, unico esempio in tutta l’isola. Accoccolata fra lappole pungenti e microscopiche formiche, ascolto incantata la leggenda che Victor, nostra appassionata guida, racconta. Il racconto diventa canto mimato, e io mi sento avvolgere in una magica atmosfera che mi trascina in luoghi e tempi lontanissimi dalla mia esperienza.
Siamo arrivati sull’isola da Santiago nel primo pomeriggio, dopo cinque ore esatte di volo. Ad accoglierci all’uscita dell’aeroporto Mataveri c’è Victor, con le collane di fiori che infilerà al collo di ciascuno di noi. Dal pullmino che ci porterà al nostro albergo vedo sfilare le case di legno a un solo piano e le grandi palme che fiancheggiano le strade di Hanga Roa, unico centro abitato dell’isola. Respiro subito un’aria di serena quiete, che cancella tout court l’impressione di attività frenetica lasciatami da Santiago e tipica di ogni metropoli.

La strada bianca segue dapprima la costa cosparsa di neri massi vulcanici, fra cui giocano e si rincorrono le onde blu orlate di spuma bianca, per poi inoltrarsi fra dolci declivi sul versante del vulcano Rano Kau. Tutta l’isola è ricoperta da un fitto tappeto erboso, interrotto qua e là da sparsi campi arati e dalle macchie scure di piccole oasi di palme ed eucalipti. L’immenso cratere del vulcano Rano Kau, profondo circa 400 metri e con un diametro di 1,5 Km, accoglie una laguna invasa da isolotti di canne totora, mentre le pareti ripidissime sono ammantate da una lussureggiante vegetazione mista con alberi da frutto.
Sulla cresta del vulcano sorge il “Villaggio Cerimoniale di Orongo”, con le caratteristiche abitazioni in pietra allineate lungo il bordo del cratere. All’estremità del villaggio, su uno sperone roccioso a picco sul mare, sono raggruppati neri massi vulcanici incisi da numerosi petroglifi, che riproducono per lo più l’uomo-uccello, figura di un’antica tradizione di cui Victor ci parla ampiamente. Da qui si gode una vista spettacolare sulle scogliere e sui tre isolotti di Motu Nui, Motu Iti e Motu Kao Kao. Qui si svolgeva la gara degli Hopu Manu: questi atleti raggiungevano a nuoto l’isolotto di Motu Nui alla ricerca del primo uovo deposto dagli uccelli migratori. Chi per primo se ne impossessava lo doveva annunciare con alte grida e consegnarlo al proprio capo clan, che così veniva investito del prezioso titolo di uomo-uccello per quell’anno.
Con gli occhi pieni di splendori reali e l’immaginazione che galoppa in territori misteriosi, seguo Victor, che ci accompagna in questo fantastico percorso intessuto di storia e leggenda. Il pianoro coperto di stoppie gialle del sito archeologico Ahu Vinapu mostra evidenti tracce di distruzioni tribali e di cataclismi naturali nell’ammasso disordinato dei ruderi che formano una scura barriera verso il mare. Spiccano resti di mura ciclopiche, i cui blocchi di pietra risultano tagliati e sistemati in modo tanto preciso da ricordare le opere Incas del Perù. Il nostro pellegrinare fra gli spettacolari paesaggi dell’isola ci porta al piccolo cratere vulcanico di Puna Pau, dove venivano intagliati i pukao, gli originali copricapo di tufo rossastro. Il fondo e i fianchi del cratere sono disseminati di cilindri rossi, che Victor chiama scherzosamente le “parrucche” dei Moai. Facciamo sosta prima all’affascinante Ahu Akivi con le sette statue che guardano il mare, e poi alla vicina grotta di Ana Te Pahu, o grotta dei banani, costituita da un insieme di cunicoli sotterranei e calderoni a cielo aperto in cui crescono banani, viti, avocado e altre piante da frutto. Procedendo cautamente fra sassi e rampicanti, mi soffermo un attimo, e alzando gli occhi per “misurare” la profondità di questo giardino sotterraneo resto affascinata dal lembo di cielo che sovrasta l’apertura, e mi convinco ancora una volta del fatto che il cielo, in determinati ambienti, resta per me lo spettacolo più bello e più completo.
In una grotta che si apre sul versante di un verde pendio, Victor recita versi nell’antica lingua rapa nui e canta melodie intrise di nostalgia. Si accompagna intrecciando abilmente uno spago sottile, che sotto i nostri occhi assume i contorni degli oggetti evocati dal canto; ci spiega poi che gli antichi abitanti di Rapa Nui eseguivano questi “giochi” utilizzando i loro lunghissimi capelli. Sono le antichissime tradizioni orali degli isolani, che pare siano state fissate sulle tavolette Rongorongo, unici documenti di una misteriosa scrittura peraltro non ancora decifrata. Mi sento avvolgere da un sottile incantesimo e trasportare in affascinanti terre ignote.
Fuori nel sole, lo sguardo spazia sulle rovine di Ahu Vaihu, Ahu Akahanga e Ahu Hanga Te’e, i cui Moai giacciono rovesciati dalla piattaforma, spezzati, i loro pukao rotolati via e sparsi fino alla riva del mare.
Con il pullmino percorriamo ora una strada sterrata che s’inoltra nell’interno dell’isola fino a raggiungere una rigogliosa oasi, punto di partenza per un’escursione al “cantiere dei Moai”. Un sentiero di terra rossa serpeggia lungo le pendici di colore verde-dorato del vulcano Rano Raraku, disseminate di gigantesche teste di Moai erette o pendenti. Ci troviamo in prossimità della cava, dove centinaia di sculture furono abbandonate dagli artigiani nelle diverse fasi della lavorazione, assieme agli attrezzi di lavoro. Tra queste si nota l’immensa sagoma supina chiamata Te Tokanga (il Gigante), che pare misuri oltre 20 metri. Da uno sperone roccioso, schiaffeggiata dal vento che mi fa vacillare, tento di riprendere dall’alto una scultura insolita: è il Moai Tukuturi, l’unico in posizione genuflessa, con una testa rotonda e piccole orecchie. È giù in basso sul sentiero, lungo il versante del vulcano che noi non percorreremo, circondato da un anello di visitatori tutti intenti a riprenderlo.
Il sentiero s’inerpica fino all’orlo del cratere, invaso sul fondo da un lago azzurro e da isolotti di canne totora. Una fitta vegetazione ne riveste i versanti interni, creando un quadro di intenso impatto scenografico. La traccia di un sentiero serpeggia lungo una cresta rocciosa che si leva di lato, quasi a proteggere dal vento oceanico questo angolo di quiete: è un richiamo irresistibile – mi chiedo chissà quali orizzonti si apriranno davanti agli occhi di lassù – e con Oscar e Lino mi arrampico fino al culmine del promontorio. Ed è davvero uno scenario stupefacente quello che si domina dall’alto a 360° su buona parte dell’isola, la quale appare proprio per quello che è: un frammento verde imprigionato nell’abbraccio azzurro dell’oceano, sotto la sconfinata cupola del cielo.

Il cono verde del vulcano Poike sullo sfondo, alle spalle un’insenatura di roccia nera, dove s’infrangono le onde orlate di bianco, un pianoro invaso da cespugli di cardi fioriti e ciuffi d’erba coriacea e 15 statue torreggianti allineate su una piattaforma lunga un centinaio di metri: ecco l’Ahu Tongariki, uno dei siti più affascinanti dell’isola.
La strada passa ora ai piedi della penisola del Poike e raggiunge un altro sito di grande richiamo. Un piccolo recinto circolare di pietre sovrapposte custodisce cinque sassi sferici, il più grosso al centro, fortemente magnetizzato, e i quattro più piccoli tutti intorno. La composizione è chiamata Te Pito O Te Heua (l’ombelico del mondo), e Victor ci spiega che la denominazione non si riferisce alla posizione geografica del luogo, ma richiama il concetto di nascita e di unione fra la madre terra e i primi abitanti dell’isola, giunti da terre sconosciute. Tutto il luogo emana una misteriosa forza, e il paesaggio intorno ne sottolinea l’aspetto magico.
Per riprendere contatto con la realtà, serve un tuffo nelle limpide acque della vicina baia di Anakena! Ci si deve infilare il costume da bagno all’interno del pullman, raggomitolati fra i sedili, con l’autista sempre al posto di guida perché non può lasciare incustodito il veicolo. Raccatto alla rinfusa i miei indumenti, e nella foga di raggiungere la spiaggia perdo nella sabbia i pantaloni. Li ritrovo sventolanti appesi a una traversa del baracchino dove si gustano delle piccole deliziose ananas. Quanta fatica per un bagno a Rapa Nui! L’acqua è turchese, la sabbia bianchissima, macchiata dall’ombra di un palmeto e dai neri massi vulcanici che affiorano sparsi lungo il pendio dominato dall’alto dalle sette statue che compongono l’Ahu Nau Nau. In disparte, solitario, un arcaico Moai fissa il panorama dall’alto del suo podio.
Ritorniamo al nostro albergo attraversando la verde pianura ondulata che caratterizza l’interno dell’isola e superando una fitta macchia di maestosi eucalipti.
Un altro scenario favoloso ci è offerto dal Complesso Cerimoniale di Tahai, con le tre piattaforme di Ahu Vai Uri, Ahu Tahai e Ahu Ko Te Riku. Il sole sta immergendosi nel mare e colora di fuoco grandi cumuli di nubi che si stanno ammassando all’orizzonte. I cinque Moai dell’Ahu Vai Uri, con le spalle rivolte al mare, si stagliano neri contro la luce morente; poco discosto, gigantesco e solitario, si leva il Moai dell’Ahu Tahai e, ancora più isolato, sul suo altare fra i prati invasi dai visitatori, spicca il profilo nero del Moai dell’Ahu Ko Te Riku. Il capo di quest’ultimo è adorno di pukao, e i grandi occhi di corallo bianco, con le pupille di ossidiana nera, guardano al cielo. L’antico Moai è la chiara immagine di uno degli appellativi che designavano Rapa Nui nell’antichità: Mata Ki Te Rani – Occhi che guardano al cielo.
Iorana, Rapa Nui! Dall’aereo che ci riporta sul continente, saluto l’affascinante e misteriosa patria delle statue giganti dagli occhi ormai vuoti che guardano al cielo.

LA ZONA DEI LAGHI
Stiamo volando da Santiago verso Puerto Montt. Sono seduta vicino all’oblò e posso ammirare uno spettacolare tramonto arancio infuocato su un mare di candide nubi compatte. Il sole si corica e all’orizzonte rimangono sospese striature luminose e una leggera foschia rosata. Il cielo sopra di noi è limpidissimo, e uno spicchio di luna si dondola nell’azzurro. Atterriamo all’aeroporto El-Tepual di Puerto Montt e andiamo immediatamente all’hotel Cabanas del Lago di Puerto Varas. L’albergo è bellissimo, in posizione incantevole sulle rive del lago Llanquihue, con vista panoramica sulla cittadina. Costruzioni basse fra folte chiome scure, il tetto rosso di una chiesa bianca con due campanili, imbarcazioni nelle acque grigie del porto: è il quadro che riesco a fotografare dalle ampie vetrate della sala-ristorante, unico ricordo di questa tappa dl viaggio.

Incollata al finestrino del pullman, cerco di catturare le immagini che sfilano veloci nella luce grigia di una mattina che minaccia pioggia.
Alejandro, nostra guida per questa tappa, ci “tira su il morale” informandoci che qui piove in media 300 giorni all’anno, e che quindi è più che naturale aspettarsi una bella pioggia ristoratrice anche durante il nostro velocissimo passaggio!
Scorrono rapide linde casette in legno colorato con tendine alle finestre, staccionate con cascate di fiori, cespugli di ortensie viola-blu. La strada s’inoltra in un’estesa brughiera con acquitrini, piantagioni di giovani eucalipti dai tenui colori azzurro-rosati, felci di un verde brillante, chiazze di fiori gialli. Il cielo è una cappa ostinatamente grigia, e sul traghetto che supera il canale di Chacao “finalmente” una sottilissima spruzzata gelida di pioggia mi obbliga a rifugiarmi nel pullman.
E sbarchiamo sull’isola di Chiloè! Un rapido giro per Chacao, piccolo centro raccolto attorno a una chiesetta caratteristica con due torri, ci offre un quadro degli aspetti più significativi dell’isola: minuscole case coloratissime, interamente rivestite di listelli di legno, fazzoletti di terra traboccanti di fiori, sereni paesaggi rurali.
Ancud è una cittadina senz’altro più animata, con un interessante museo dedicato alla storia, alle tradizioni e alla cultura locale. Il Fuerte San Antonio del 1770, ultima piazzaforte che vide sventolare la bandiera spagnola in Sud America, domina un pittoresco paesaggio di insenature marine e colline fiorite, punteggiate dai vivaci colori delle abitazioni. Nella piazza principale, su piedistalli di un verde sgargiante, sono immortalate le figure che popolano i racconti fantastici degli abitanti dell’isola.
Nostra prossima meta è Castro, capoluogo della provincia di Chiloè. La Panamericana è tutta un saliscendi su colline fiorite di ginestre, boschi di conifere e prati screziati di giallo. Il cielo si apre in squarci di azzurro fra nuvole che minacciano pioggia. Minicase isolate occhieggiano fra gli alberi, e nei prati pascolano pecore e mucche. Castro ci accoglie con le sue coloratissime palafitos e con il pantagruelico piatto locale – il curanto –, uno stufato misto di carne di maiale, salsicce e frutti di mare, che occuperà un posto d’onore fra i miei ricordi di viaggio. Anche il locale dove consumiamo il pranzo resterà nella memoria, sia per la denominazione – El Fogon – sia per l’antro scuro dove un’enorme cuoca e il suo aiutante rimestano l’insolito, saporitissimo miscuglio in marmittoni da caserma adagiati sopra un bel letto di braci. Il lauto pasto condiziona in parte i miei riflessi e mi rende indecisa (per fortuna) sugli acquisti nel colorato mercato artigianale: scelgo una bambolina in costume chilota e in un negozio di frutta compro delle ottime ciliegie, che lì, inutile specificarlo, sono ora frutta di stagione. La “toccata e fuga” in terra chilota prevede la visita ad alcune delle sue chiese – oltre 150 – di cui 16 sono state dichiarate nel 2000 patrimonio dell’umanità. Una di queste si trova a Dalcahue, un paese a poca distanza da Castro. Ci andiamo nel pomeriggio, percorrendo una strada che si snoda fra campi con ciliegi e albicocchi. La chiesa, intitolata a Nuestra Señora de Los Dolores è tutta in legno, con un portale di nove arcate e un’alta torre centrale; all’interno conserva un piccolo patetico museo religioso. Anche la chiesa cattedrale di Castro è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Dedicata a S. Francisco, è interamente costruita in legno, e ha un bellissimo soffitto a cassettoni e finestre a rosoni da cui la luce entra a fasci, creando effetti di chiaroscuro molto suggestivi. Una passeggiata serale per le vie a saliscendi della città mi permette di cogliere al volo qualche istantanea: piccole case colorate in pannelli di legno con cascate di fiori nei giardinetti minimi, negozietti di artigianato (lana e legno), un grande mercato e pochi turisti “alla Chatwin”, zaino in spalla e autostop.
E noi invece percorriamo in pullman a ritroso la strada fino all’aeroporto di Puerto Montt, diretti ad Arica, città all’estremo nord del Cile. Sarà una trasvolata in quattro tappe, che mi permetterà di ammirare dall’alto la Cordigliera delle Ande, presenza costante lungo tutto il percorso.
Prima tappa: Puerto Montt – Santiago: sotto di noi il disegno nitido dei campi verdi e marrone ocra, segnati da fiumi serpeggianti e piccoli laghi; a destra la presenza ininterrotta della Cordigliera con i coni innevati scintillanti nel sole, mentre la base è avvolta nell’ombra, per cui le cime sembrano isole galleggianti nella luce. Seconda tappa: Santiago – Antofagasta: sono già le ore del tramonto, e le cime delle montagne sfumano in un velo grigio-rosa. Antofagasta si sgrana tutta lungo la costa, disegnata da una bellissima scogliera in arenaria gialla. Terza tappa: Antofagasta – Iquique: breve scalo e ripartenza. Quarta tappa: Iquique-Arica: siamo a destinazione alle ore 23 e rotti.
Ho appena la curiosità di sollevare la tenda per accertarmi che il rotolio percepito è proprio quello del mare che si infrange su una riva sassosa, al di là di un parapetto nascosto da una cascata di bouganville. E poi piombo in un sonno letargico.

ARICA E IL PARCO DI LAUCA
Oggi, domenica 16 gennaio, incontriamo Mafalda, che sarà la nostra guida per tutto il resto del viaggio. È davvero una fortuna per il gruppo, perché Mafalda è la guida ideale: colta, appassionata, serena, sa trasmettere l’amore per il suo paese e sa infondere in chi l’ascolta il seme della spiritualità andina. Parla l’italiano in modo fluido e padroneggiando perfettamente un vocabolario ricco e appropriato. Ed eccoci in giro per Arica. Dall’alto del Morro, un promontorio tondeggiante che raggiungiamo in pullman, lo sguardo abbraccia tutta la città e il suo porto sul Pacifico. Una grande statua di Gesù a braccia spalancate guarda in direzione dell’oceano, lasciandosi alle spalle gli sparuti resti di quella che fu una poderosa fortezza di difesa. Ai piedi della collina, uno stabilimento produce farina di pesce, ammucchiata ordinatamente in piccole montagnole “olezzanti”. Mafalda ci informa che il Cile è il primo esportatore mondiale di tale prodotto, richiesto soprattutto dai paesi asiatici come fertilizzante. Della città vera e propria visitiamo solo la Catedral de San Marcos. Costruita interamente in fogli di ferro e prefabbricata a Parigi nelle officine Eiffel, quelle della torre, venne eretta qui ad Arica nel 1876, in sostituzione di una chiesa distrutta dal terremoto del 1868. Uno sguardo merita anche la Casa de la Cultura – ex Dogana – pure opera di Eiffel, anch’essa prefabbricata a Parigi e con una particolarità: ogni mattone è firmato Eiffel!
Lasciamo Arica per la valle di Azapa. All’imbocco della stessa sulle pendici nude del Cerro Sagrado spiccano netti dei grandi geoglifi del V e VI secolo d.C., tracciati dalle carovane che qui si incontravano e lasciavano questi simboli a testimonianza del loro passaggio. Il fondovalle è un giardino miracoloso, se paragonato all’assoluta aridità dell’ambiente circostante. Vi crescono maestose piante d’ulivo, palme e bananeti e, con tecniche irrigue importate da Israele, si coltivano pomodori (tre raccolti l’anno), mais (quattro raccolti annui), cipolle e altri prodotti. In questo fresco ambiente verdeggiante è inserito l’interessantissimo Museo Arqueologico de San Miguel de Azapa. In allestimenti scenici molto curati si ripercorrono le tappe delle culture locali; tessuti, utensili e vasellame offrono un quadro affascinante della vita che si svolgeva sia sulla costa che sulle Ande. Particolare interesse suscitano le mummie Chinchorro, perfettamente conservate nei millenni grazie all’aridità del clima andino.
A Poconchile, già nella valle del Lluta, l’Iglesia de San Geronimo, tutta bianca ma con portale e due aeree torri campanarie rosse, si profila contro uno sfondo di nudi pendii fulvi. Alle sue spalle, raccolto in una conca di sabbia dorata, un commovente cimitero di croci nere se ne sta raccolto come un gregge in cerca di protezione.
Ora la strada si insinua serpeggiando in un paesaggio lunare. Il pullman ansima, scalando faticosamente la ripida salita. Una breve sosta al ristorante Zapahuira, a 3200 metri slm, serve al gruppo per acclimatarsi (si fa per dire, data l’esiguità del tempo disponibile); ma noi, gente di montagna, prendiamo l’occasione per deliziare con canti corali la cara Mafalda, la quale, pur gradendo l’omaggio canoro, è chiaramente preoccupata per il dispendio di energie che, a queste altitudini, non è da sottovalutare.
E infatti…
Una deviazione di pochi Km conduce al pittoresco centro aymarà di Socoroma, a 3060 m. La strada, in discesa, è poco più di una mulattiera. I fianchi ripidissimi della montagna sono incisi da minuscoli terrazzamenti coltivati a origano, e il villaggio è una manciata di casette intonacate di bianco che si stringono tutte addossate le une alle altre lungo le stradine. Il paese sembra disabitato: nessun segno di vita fino a che non sbuchiamo davanti a un’incantevole piazzetta traboccante di gerani scarlatti, dominata dalla Iglesia de San Francisco de Asis. In un minuscolo chiosco a lato della chiesa, una giovane mamma con l’immancabile pupo vende i “tesori” della zona: sacchetti di profumatissimo origano (ne ha solo due!), trecce d’aglio e piccoli manufatti in grossa lana cruda. C’è anche la vecchia sacrestana della chiesa, che ci fa visitare l’interno con i suoi altari affollati di Madonne e Santi che ci guardano estatici fra un tripudio colorato di fiori freschi e finti. E sul retro della chiesa, in due buche recintate da muretti a secco, mi guardano incuriosite tre pecore e due maiali, segno evidente della vita nascosta fra le piccole case. In un angolo del giardinetto fiorito c’è inoltre un commovente albero di natale, ancora addobbato con pacchettini colorati e piccoli manufatti, un’altra testimonianza di abitanti per ora invisibili. Ma ecco la sorpresa! In una minuscola aia coperta, una simpatica donna tiene “mercato”, vendendo origano, barattoli di salse piccanti, crema d’aglio, marmellate di frutta esotica… Con un secondo sacchetto di origano e un vasetto di crema d’aglio mi avvio felice verso il pullman: ho acquistato i tesori che la Pachamama elargisce agli Aymarà anche nei luoghi più aspri e inospitali.
Nel pullman che procede lento è sceso il silenzio. Si fa sentire il soroche (mal di montagna). A Putre (3500 m. slm), mi muovo con precauzione, saggiando la mia resistenza alle alte quote. Mi sento leggera come il Martin Muma di antica memoria, cammino un po’ traballante per le stradine del pittoresco villaggio aymarà, ma non avverto alcun disturbo di rilievo... E dopo una cena regolare dormo saporitamente, avendo trangugiato una quantità impressionante di mate de coca.
Gruppi di fulve vigogne al pascolo nei bofedal (acquitrini), graziose vizcachas (roditori simili al cincillà) che si crogiolano al sole, grosse tague (folaghe giganti) nei ruscelli che splendono argentei fra la folta erba verde brillante: è tutto un brulicare di vita animale nell’incontaminato scenario del Parque Nacional Lauca. Sulle nude rocce rosso-bruno spiccano i cuscini verdi della llareta, un muschio resinoso e profumato, utilizzato fin da tempi antichissimi sia come combustibile sia nella farmacopea tradizionale.
Più avanti, il parco si dilata in un altopiano sconfinato di sabbia rossastra, macchiata dai ciuffi verde-giallo del coiron. È in questo paesaggio straordinario che Gerardo (il corrispondente aymarà dell’Agenzia, che ha organizzato il viaggio) fa rivivere per noi un’antica cerimonia rituale, celebrata nel luogo che era anticamente punto d’incontro e di scambio fra le carovane provenienti dall’interno o dalla costa. Girando intorno alla Apacheta, un cumulo di pietre sormontato da una rudimentale casita, spargiamo a titolo simbolico le foglie di coca contenute in una chuspa (borsino) ricamata regalataci da Gerardo, ringraziando la Pachamama (la Madre Terra) di tutto ciò che dona all’uomo.
Vivo momenti di intensa emozione e rivolgo il mio ringraziamento personale alla Pachamama, che mi concede di sfiorare, in tali esperienze, l’intima bellezza della spiritualità andina.
Mi riconducono alla realtà le prepotenti effusioni di una grossa pecora dagli occhi verdi, tutt’altro che mansueti, che mi assale all’uscita del pullman a una fermata di controllo. Fa parte di una combriccola di animali “sfaticati”, fra cui domina una grossa femmina di lama tutta candida, che aspettano l’arrivo di ignari turisti per farsi rimpinzare di biscotti e altre leccornie!
Sulle rive del lago Chungarà (4570 m. slm), uno dei più alti del mondo, pascolano lama, guanachi, vigogne; nelle acque basse vicino alla riva passeggiano fenicotteri rosa in fila ordinata, mentre le tague nere controllano il nido galleggiante, costruito appositamente sull’acqua per impedire alle volpi di rubare le uova. Tutt’intorno al lago si levano i coni innevati di maestosi vulcani, che si riflettono nelle limpide acque verdi, creando uno scenario di severa bellezza.
Ritornando a Putre, alcune soste ci consentono di riprendere le Lagunas de Cota-Cotani e di Larancota, un insieme di specchi d’acqua colore verde smeraldo punteggiati di piccoli isolotti rocciosi e alternati a verdi zone paludose. Ed eccoci a Parinacota, villaggio gioiello da cartolina. Già il nome Aymarà suggerisce un’immagine poetica: significa infatti “lago dei fenicotteri. E’ uno dei villaggi rituali dell’altopiano, con piccole case imbiancate a calce, la scuola elementare dove vivono, autogestendosi, otto alunni e un maestro, e una splendida chiesa recintata da un muro bianco, il cui campanile, come in tanti altri casi di chiese andine, è staccato dal corpo centrale dell’edificio. Il tetto della chiesa e della maggior parte delle case è ricoperto da un impasto di argilla e di paglia. Il sorriso luminoso di una giovane mamma, attorniata dai suoi tre piccoli, mi fa riflettere sul fatto che si può vivere serenamente anche in luoghi dove pare che il tempo si sia fermato.
Con una tappa a Putre per il pranzo, una al Pukarà de Copaquilla, affacciato sopra un vertiginoso baratro, un’altra per immortalare i cactus candelabro e un’ultima in valle Azapa per riprendere i raccoglitori di cipolle e di mais, raggiungiamo infine Arica, a quota 0 m. dove, allegri come studenti al rientro da una gita scolastica, festeggiamo il compleanno della carissima Elsa.

I PINTADOS E LA PANAMERICANA
Il mercato ortofrutticolo di Arica è un vivacissimo quadro colorato. Facciamo scorta di frutta fresca prima di iniziare un lungo, estenuante trasferimento che ci porterà, in tarda serata, a Iquique.
La strada vuota si arrampica sui fianchi sassosi di una valle deserta, solo le ombre mobili delle nuvole si spostano lungo i crinali calcinati dal sole. La Panamericana taglia come una lunga ferita il fianco della montagna e corre lungo l’orlo di profonde spaccature, le quebradas, sul cui fondo scorre sempre un corso d’acqua in mezzo a verdi campi coltivati. Man mano che si sale si aprono panorami vastissimi, con sipari di monti che si perdono all’orizzonte. Sul fianco nudo della montagna che sovrasta la quebrada di Tiliviche, un’intera carovana di petroglifi segnala un antico punto cerimoniale. Sul fondo della vallata, arbusti e canne disegnano le ultime macchie verdi prima di affrontare una sconfinata landa piatta, completamente deserta. Siamo nella Pampa de Tamarugal. La strada infinita davanti a noi, forse per effetto del calore, si dissolve in un miraggio azzurro in cui fluttuano come fantasmi le sagome di pochi camion, di cui non si riesce a stabilire la direzione di marcia. Una breve deviazione su una traccia di pista ci porta davanti al cono perfetto del Cerro Unita, che si leva come un’isola a dominare lo spettrale paesaggio circostante. Sulle sue pendici sono tracciati numerosi, enigmatici petroglifi, tra cui spicca il Gigante di Atacama, una figura dalle sembianze vagamente umane alta 86 m. La luce accecante diluisce i contorni delle figure, che si confondono nella tonalità uniformemente ocra del paesaggio. Riprendiamo il nastro nero infinito della strada, che punta rettilineo verso il vuoto. Ai lati distese piatte, desolate, senza vita. Un’oasi verde brillante si annuncia come un miraggio dopo sette ore di deserto. È Matilla, e, a poca distanza, Pica, due insediamenti agricoli immersi in un’inaspettata, lussureggiante vegetazione, che sfruttano le copiose sorgenti di cui la zona è ricca. La pausa pranzo ci rimette in sesto e ci dà la carica necessaria per riprendere il nostro vagare per deserti aridi e salati.
Il vento spazza il sentiero che corre ai piedi del colle de Pintados. Tutto il fianco dell’altura è disegnato di geoglifi; vi si possono distinguere figure umane, animali, uccelli, disegni geometrici. Questo sito archeologico straordinario riunisce oltre 400 figure di epoca compresa fra il VII e il XII secolo. Mafalda ci spiega che tutte le ricerche riguardanti l’insieme complesso dell’opera non sono riuscite a spiegarne il significato, che rimane pertanto ancora avvolto nel mistero, proprio come succede per le linee di Nazca in Perù. A rendere il luogo ancora più surreale contribuisce la piana tormentata del Salar de Pintados, che dilaga oltre il sentiero fino alla linea nera della piantagione di tamarugo, l’albero endemico proprio della pampa del Tamarugal. E c’è anche un’altra particolarità a Pintados: fra i tanti fantasmi che si aggirano in queste zone desolate e deserte, un abitante in carne e ossa vive solo, con il suo cane e centinaia di foto di modelle nude e stelle del cinema, nella casa in cui è nato 88 anni fa. Nessuna istituzione è riuscita a portarlo via di lì. La casa è segnalata con un cartello azzurro e scritta gialla: PINTADOS HABITANTES 1.
Siamo al tramonto, e il sole riveste di velluto rosa e bronzo i dorsali nudi delle montagne; quando il pullman si affaccia dall’alto sull’oceano, il disco del sole incendia l’acqua e la città di Iquique, che si adagia compatta lungo il mare, protetta alle spalle da un’inquietante, altissima duna viola.
Si era fatto tardi ieri sera per una visita a Humberstone, città salnitriera fantasma a 45 Km da Iquique. Ci si va come prima tappa odierna, prima di affrontare il lungo trasferimento che ci porterà a San Pedro de Atacama. C’è un cambiamento nel mezzo di trasporto: non più un solo pullman, bensì due pullmini di dimensioni più ridotte. Potrebbe sembrare una comoda variante, ma c’è un inconveniente che suscita immediate reazioni: i pullmini sono sprovvisti di tendine oscuranti! Da Iquique alle officine del salnitro è una litania ininterrotta di lamentele, che si interrompono momentaneamente con la prima fermata di fronte agli scheletri arrugginiti degli impianti di lavorazione a S. Laura, che raccontano da soli, senza bisogno di spiegazioni, storie di lavoro inumano. Il venire a contatto con realtà vissute fino al 1960, anno in cui cessò definitivamente ogni attività estrattiva in questa zona, mi mette addosso una sensazione di tristezza, che si accentua girando per la città fantasma di Humberstone, con le sue case in rovina, il teatro, il mercato, la chiesa, la scuola, la piscina. E con il suo carico di storie allucinanti, fatte di sfruttamento, di miseria, di lavoro bestiale, di morti atroci.. Ormai questi luoghi sono diventati santuari della memoria… ma fuori del recinto c’è un pullmino senza tendine che ci aspetta!! Oscar interviene con rapidità: bastano pochi fogli di giornale e un rotolo di nastro adesivo per oscurare provvisoriamente i finestrini a levante. A Iquique si provvede a un lavoro più raffinato: secondo incartamento con grandi fogli di carta da pacco e…voilà! Il viaggio può proseguire in relativa tranquillità. Per fortuna sono seduta a ponente, e il panorama si va spiegando in tutta la sua selvaggia bellezza oltre il finestrino non oscurato.
Da Iquique a Tocopilla la Panamericana costeggia l’oceano, inoltrandosi per brevi tratti in paesaggi lunari macchiati dalle candide piramidi di sale nelle zone di estrazione. Lungo la costa lunghi tratti di spiagge profonde, deserte, spazzate dal vento si alternano con altri irti di scogli neri, incappucciati dal bianco spettrale del guano. Ci fermiamo per il pranzo pic-nic, allestito sotto un coloratissimo tendone, in un’insenatura irta di scogli; davanti l’infinita azzurrità dell’oceano, alle spalle le nude pendici ocra calcinate dal sole della Cordillera de la Costa. A Tocopilla la strada lascia l’oceano e comincia a inoltrarsi serpeggiando fra pareti rocciose tormentate, fino a raggiungere un altopiano desolato, ossessivo, disegnato da lunghe fili di tralicci. Giù, lungo il declivio senza vita, un trenino avanza arrancando come un lungo bruco nero. Improvvisamente, l’orizzonte piatto si anima magicamente: un lungo pennacchio bianco affusolato si leva dritto, spostandosi velocemente come una trottola e ingrossandosi fino ad assumere la sagoma di un imbuto gigantesco: è una tromba d’aria che fa turbinare la sabbia, la disperde nell’aria per poi dissolversi rapidamente, così come si era formata.
Il deserto si trasforma e diventa un paesaggio fiabesco con luci e colori opalescenti. In lontananza, un’oasi verde segnala la città mineraria di Chuquicamata, circondata da strane colline mozze che alla luce del sole sprigionano mille barbagli iridati; sono quelle che Mafalda ci dice chiamarsi tortas, residui di scarto della lavorazione del rame estratto dalla più grande miniera a cielo aperto del mondo. Il panorama va assumendo forme e colori sempre più fantastici. Forse per nascondere l’emozione tangibile nel silenzio del pullman, Lino e Dario intonano un canto a cui ci associamo subito; e fioriscono vecchie melodie che spaziano dalla “Vecchia Fattoria” a un “De Profundis” personalizzato, passando in rassegna tutti i successi dagli anni ’60 in poi.
Il rosso sanguigno di un tramonto stupefacente si è incollato ai finestrini e trasforma il paesaggio in un mondo incantato. La luce rossa abbandona lentamente il cielo, quando finalmente i lampioni raccolti fra nere chiome di alberi e piccole case ci dicono che siamo giunti a San Pedro de Atacama.
A pochi passi dal centro, l’Hostaria S.P. de Atacama è una verde oasi, tranquilla e riposante, con le basse costruzioni imbiancate  a calce, i tetti di argilla e paglia, una spaziosa sala ristorante e una grande piscina. Un posto ideale per trascorrervi qualche giorno di relax… Ma non per noi! Sarà una giornata intensissima quella che ci aspetta!

IL DESERTO DI ATACAMA
Alle otto e trenta si parte per la prima escursione che ci porterà nei luoghi più significativi che circondano questo ormai famoso villaggio atacameño. La strada si dipana monotona nel deserto, sotto un cielo di cobalto, e l’estesa macchia verde di tamarugo a Tambillo appare come un miraggio. Nelle vicinanze, però, animali al pascolo in verdi prati confermano la presenza dell’acqua. Il cono scintillante di neve del vulcano Licancabur, con i suoi 5916 m., si profila all’orizzonte: i suoi versanti orientali sono già in Bolivia. Ed eccoci a Toconao, verde isola felice incastonata fra le ondulate pieghe del deserto; ricca d’acqua, con un fiume che si è scavato il percorso fra le rocce e alimenta una capillare rete di canali d’irrigazione, offre incantevoli e inusuali scorci di vita contadina: piccole case in pietra chiara, orti e giardini con alberi di cotogne, viti, melograni, fichi, mandorle, una deliziosa chiesa in puro stile andino, con campanile staccato a tre piani. Tutt’intorno alla piazza della chiesa e nelle stradine adiacenti, i soliti coloratissimi e irresistibili negozietti di artigianato locale (e qui ci scappa un vivace tappeto rosso!).
La strada ora prosegue in uno stralunato paesaggio piatto da pianeta alieno: siamo nel Salar de Atacama. Nella luce abbacinante del sole, l’aria è talmente secca che sembra crepitare; specchi d’acqua turchese ospitano eleganti fenicotteri rosati, l’orizzonte è una linea rosa tracciata tra il bianco-ocra del deserto e il cielo slavato da tanta luce.
Il pranzo a San Pedro interrompe la nostra nutrita tabella di marcia. Ci fermiamo a Casa Piedra, tra simpatici camerieri in giacca gialla che corrono in continuazione – ma non concludono un granché – e quattro musicanti in poncho rosso che allietano i lunghi tempi d’attesa con tipici motivi andini. Prima di riprendere la corsa nei dintorni di San Pedro, è d’obbligo una visita all’interessante Museo Arqueologico Gustavo La Paige, interamente dedicato alle popolazioni indigene preispaniche e intitolato al suo fondatore, di cui Mafalda ci parla commossa, essendo stato suo professore. All’interno, oggi, si possono ammirare numerosissimi reperti dell’antica civiltà degli Atacameño, sistemati cronologicamente dalle origini fino all’arrivo degli spagnoli.
Il cielo scuro si scioglie in una breve pioggia che ci fa temere per il pomeriggio. Nella bella Iglesia de San Pedro rivolgo una rapida preghiera alla Pachamama, perché faccia piovere domani! Con gli occhi rivolti al soffitto, vedo le travi legate con strisce di cuoio e la copertura in legno di cactus cardon. Il rivestimento è quello tipico di fango e paglia. E all’uscita dalla chiesa, benché non sia completamente spiovuto, si aprono occhi di cielo azzurro fra le nubi nere.
I giochi di luci e ombre fra le formazioni rocciose della Cordillera de la Sal e della Valle di Marte rendono favolosi questi luoghi inanimati, percorsi perennemente dal vento, il quale scolpisce e modella in forme fantastiche un mondo da pianeta extraterrestre. E la sensazione di trovarsi in un luogo incantato si traduce in realtà nella Valle de la Luna. Situata all’interno della Cordillera de la Sal, si presenta con scenari di straordinaria bellezza: rocce rosse scolpite e scavate dal vento e dalla sabbia, spolverate da un mantello candido di cristalli di sale scintillanti, la natura si è sbizzarrita creando un angolo di Luna sulla Terra.
Poco prima del tramonto, la strada che si snoda fra panorami mozzafiato si riempie di automezzi; è infatti alla luce del tramonto che la zona, si presenta nel suo massimo splendore. Dall’alto di una maestosa duna scura si domina un paesaggio di bellezza inesprimibile; e quando il sole si corica, tessendo gli ultimi raggi entro la cortina delle nuvole, luci e colori trasformano l’intero scenario in uno spettacolo che resterà indelebile nella memoria.
Una giornata tanto densa di emozioni non poteva che terminare … in gloria! Al Cafè Export, insieme a un gruppetto di compagni di viaggio, fra musica ad alto volume, empanadas gigantesche e pisco sour, mi sono presa la prima, allegra sbronza della mia vita!
Sono le ventitré quando ritorniamo alla nostra Hostaria. Domani mattina la sveglia è prevista per le tre e mezza! Piacevolmente “ciucca”, mi infilo sotto una doccia fredda per svegliarmi e subito dopo sotto le coperte per dormire almeno tre ore prima di affrontare le ultime fatiche del viaggio.
Si parte alle quattro in un buio d’inferno. In cielo nemmeno una stella o il minimo chiarore di luna, benché il plenilunio sia prossimo. Sono completamente sveglia e cerco di catturare qualche immagine al di là del finestrino; niente da fare: è come trovarsi intrappolati in un vagone ermeticamente chiuso. I fari rischiarano pochi metri, e s’indovina una strada in forte salita stando all’ansimare del motore. Noto i tergicristalli in movimento e mi accorgo che sta piovendo, poi la pioggia si trasforma in neve e il pullman scivola come ubriaco. In una curva mi giro e vedo una serie di fari snodarsi dietro di noi; sembrano occhi fosforescenti nel buio totale. E poi la nebbia. Quando il primo chiarore spolvera di luce velata il paesaggio, rimane solo il cielo grigio sopra un panorama da inferno dantesco. Siamo a El Tatio (4320 m.), un ampio bacino geotermico disseminato di numerosissimi geysers, i cui pennacchi di vapore denso si levano nell’aria gelida, mentre l’acqua bollente gorgoglia nelle bocche delle fumarole incrostate di sali e minerali che sprizzano barbagli di luce iridata. I numerosi visitatori si muovono in questo scenario come comparse di un film di fantascienza.
Il cielo si è completamente schiarito e appare di un azzurro intenso. Tutto intorno una corona di picchi innevati scintillano nel sole. Dalle fumarole il vapore esce ora con minore intensità (il fenomeno infatti diminuisce verso le 9.30/10 del mattino) e c’è tempo per una camminata da assaporare in completa solitudine, mentre i più coraggiosi possono godersi un bagno ristoratore nella grande piscina termale a cielo aperto.
Sulla strada che ci porterà a Calama, ultima tappa di questo viaggio straordinario, riprendo il mio posto incollata al finestrino, per non perdere contatto con l’ambiente che si dipana con tutte le sue caratteristiche. Ed ecco i declivi sassosi con i ciuffi gialli di coiron e i cuscini verdi di llareta, le lande brulle sconfinate, limitate all’orizzonte dalle montagne innevate, le profonde quebradas invase dalle paludi in cui pascolano lama, vigogne e alpaca.
Per una strada secondaria in terra rossa ci si inoltra poi tra morbidi declivi, che si adagiano in un altopiano rosato, limitato da un nudo bastione roccioso che si spezza nel punto in cui la strada rossa si innesta nuovamente sulla principale. E lì, su un breve pianoro sabbioso, un piccolo cimitero di croci nere segnala la vicinanza di un centro abitato. Il villaggio di Caspana è a due passi, appena dietro una curva. È una riposante oasi verde incastonata nel deserto roccioso. Piccole case di pietra si affacciano sui versanti della valle, una chiesa bianca spicca fra le rocce, un corso d’acqua scorre fra rigogliosi ciuffi d’erba e campi coltivati che scalano a terrazza i fianchi della quebrada, animali al pascolo e bambini che giocano nei prati. Si respira un’aria di profonda serenità, e mi invade il desiderio di camminare lungo i sentieri di questo antico villaggio, ma il viaggio deve proseguire e ci inoltriamo nuovamente nelle lande aride e morte del deserto, dove si muovono solamente le ombre lente di grosse nuvole che oscurano il sole.
La strada improvvisamente s’infila tra alte pareti di rocce stratificate e si snoda sinuosa fra verdi campi coltivati: stiamo percorrendo la quebrada de Lasana. È un altro miracolo nel deserto, dove si coltivano soprattutto ortaggi molto rinomati. Una sosta per il pranzo in un caratteristico tambo (ostello-rifugio) e poi un’altra visita mordi e fuggi al Pukarà de Lasana. I ruderi del villaggio fortificato del XII sec. si sgranano lungo il crinale di un’altura a picco sul fiume Loa. Restaurato verso la metà del secolo scorso, conserva ancora l’impianto primitivo con un centinaio di abitazioni, tutte in pietra, di cui restano i muri perimetrali, rettangolari o rotondi. La cupola dorata del cielo è ora il tetto di tutto il villaggio.
Ripercorriamo a ritroso la verde valle di Lasana per una sosta-lampo a Chiu Chiu. Vi sorge la bellissima Iglesia de San Francisco, tutta bianca, con una gradinata esterna che porta al tetto e alle due torri campanarie. L’interno ripropone lo stesso tipo di soffitto già ammirato in altre chiese andine. Travi di legno legate con strisce di cuoio sorreggono il tetto di tavole di cactus ricoperte con paglia e fango. Il Cristo Crocifisso sopra l’altare testimonia che la chiesa era frequentata principalmente dagli spagnoli, che la eressero nel 1675. I nativi, infatti, come ci spiega Mafalda, non concepivano l’idea di un dio ferito così brutalmente, mentre accettarono con entusiasmo come divinità la Madonna, che affiancarono alla loro Pachamama.
Scatto l’ultima foto rimastami proprio a questa chiesetta, anche perché qui praticamente termina il nostro viaggio in terra cilena. Ci attende ancora una notte a Calama, da dove riprenderemo a volare, volare e volare verso il tempo ormai passato.

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